Sono nato in Perù 38 anni fa, ho passato una vita a Nonantola e mi sono ritrovato in estremo oriente: ho vissuto 15 anni in Cina. Se qualcuno mi chiede se sono peruviano, italiano o cinese, non ho dubbi: mi sento italiano. Lo sono rimasto anche in Cina, nonostante mi senta molto vicino alla Cina e ai cinesi, un popolo forse un po’ schivo, ma molto corretto.
Sono nato in Perù e a due anni sono stato adottato da una famiglia nonantolana: quando ho lasciato la mia terra natia ancora non parlavo e gli unici ricordi che ho sono legati alle fotografie che hanno scattato i miei genitori durante il mese di permanenza in Perù per completare le procedure burocratiche e che conservano gelosamente.
Quando ero piccolo, un bambino con un colore della pelle diverso a Nonantola si notava subito, non era “normale”, così sono cresciuto con la consapevolezza di essere un po’ “diverso”. Fin da molto piccolo ho avvertito il bisogno di capire meglio chi fossi, allora ho fatto domande ai miei genitori e i miei genitori mi hanno raccontato tutta la mia storia. Con il passare degli anni ho pensato che mi sarebbe piaciuto sapere la lingua che “normalmente” avrei dovuto parlare, lo spagnolo, e al momento della scelta universitaria ho pensato di tornare in Perù studiando spagnolo, ma alla fine sono andato nella direzione opposta e in Perù non sono più tornato.
All’università ho scelto di scoprire la cultura dell’Estremo Oriente, ancora poco nota in quegli anni: mi affascinavano quei caratteri strani, difficili da interpretare e l’immaginario orientale che si intuiva nei film. Sono arrivato a Venezia allo sbaraglio, decidendo all’ultimo momento la cultura che desideravo approfondire: ero indeciso tra Giappone e Cina, alla fine ho optato per la Cina perché, se del Giappone si conosceva qualcosa attraverso i manga e gli anime, della Cina non si sapeva quasi nulla. Al termine del triennio universitario, il percorso di studi di Ca’ Foscari prevedeva che si potessero trascorrere sei mesi presso un’università in Cina. Così sono partito, scegliendo di studiare all’Università di Shanghai. Prima di partire avevo la stessa idea di Cina che ha la gente mai andata in Cina: persone in bicicletta, ristorantini in strada a conduzione familiare, negozietti piccolini, poche macchine, cinesi con la barba … un’idea un po’ medievale di Cina, una nazione in via di sviluppo, ma ancora legata al passato. Inutile dire che la mia idea di Cina non corrispondeva minimamente alla Cina in cui ho vissuto. Quando sono arrivato, nel 2008, la Cina stava già progredendo molto rapidamente. Sono rimasto molto sorpreso dall’efficienza di quel popolo e dalla volontà di uscire da un periodo di povertà: tutti erano indaffarati, lavoravano intensamente e ininterrottamente, come formichine: ecco mi pareva di essere entrato in un formicaio dove tutti lavorano e svolgevano bene e con cura il proprio compito, seguendo i dettami del governo.
Una volta ottenuta, in quello stesso anno, la laurea, sapevo che avrei fatto fatica a trovare lavoro in Italia vista la crisi economica che imperversava, quindi ho pensato di cercare fortuna a Shanghai, dove mi ero trovato bene e dove avevo visto che, rimboccandomi le maniche, avrei avuto possibilità lavorative. Ho iniziato facendo il commesso per una società italiana che vendeva prodotti tipici italiani. Il fatto di dover spiegare un prodotto italiano in cinese mi ha aiutato tantissimo con la lingua, perché dovevo spiegare le differenze tra i vari aceti, vini, olii a un cliente che, entrando, pensava che tutti i prodotti fossero uguali. Il compito era difficile, ma stimolante.
Dopo sei anni, ho cominciato un lavoro che prevedeva delle trasferte all’interno della Cina, offrendomi la possibilità di visitare il nord e il nord est di Pechino che all’epoca non avevo mai visto e un po’ anche il sud. In Cina ci sono innumerevoli “Cine”: ogni angolo ha le sue caratteristiche, le sue peculiarità, dal cibo, al modo di vestirsi fino ad arrivare alla lingua. Se il mandarino è la lingua ufficiale, ogni zona in realtà ha il proprio dialetto, ma è più corretto parlare di lingue vere e proprie. All’università avevo studiato il mandarino ufficiale, ma quando arrivi in Cina ti accorgi subito che i cinesi non ti capiscono! Quando io e altri miei compagni di università siamo arrivati la prima volta a Shanghai, abbiamo pronunciato perfettamente l’indirizzo del nostro alloggio al tassista, ma il tassista non ha capito niente… Alla fine ci siamo spiegati con i gesti e abbiamo pensato “tre anni di università buttati via!”. Alla fine, col passare degli anni, la mia pronuncia si è adattata alla zona in cui ho vissuto più tempo, quella di Shanghai.
Noi qui pensiamo al governo cinese come a un regime, là lo si percepisce semplicemente come un governo che ti dice cosa puoi e cosa non puoi fare e sai che ti controlla. Tuttavia questo controllo fa sì che ci siano sicurezza e molta meno criminalità rispetto ad altri paesi; inoltre puoi lasciare ovunque il portafoglio pieno di contanti e nessuno tenterà di rubartelo e le ragazze possono andare in giro di notte da sole e sicure. Quindi si tratta di un regime, è fuori di dubbio, perché c’è solo un partito che comanda, ma al tempo stesso sai che non puoi sgarrare. Se non commetti reati gravi, puoi vivere la tua vita senza grossi problemi. Nessun poliziotto ti controlla. Certo tutti sono consapevoli che cellulari e chat sono controllati.
Un aspetto che mi ha impressionato è il mercato del fresco: vengono esposti animali vivi, come galline, a volte topi, in alcune zone – in cui non sono mai stato – anche cani… Lì, una volta scelto l’animale, te lo ammazzano davanti agli occhi: bisogna essere preparati prima di andarci.
Intorno al 2011 ho conosciuto mia moglie, Jojo, in un disco bar: è stato un incontro fortuito, tra perfetti estranei, in cui ci siamo scambiati il numero di telefono e abbiamo cominciato a frequentarci e… sembra sia andata bene! Ci siamo sposati in Cina nel 2014 quando avevo 28 anni: i miei amici e i miei genitori in Italia erano un po’ preoccupati perché pensavano fossi troppo giovane. Le ragazze cinesi invece, come da tradizione, cercano di sposarsi presto: Jojo ne aveva solo 23. Abbiamo fatto la registrazione ufficiale in comune, in Cina e solo dopo un paio di anni abbiamo fatto la festa, sia perché è economicamente oneroso sostenere la festa di matrimonio, sia perché l’anno in cui ci siamo sposati noi, era lo stesso in cui si era sposata anche la sorella di Jojo. Per un’usanza tradizionale, non si possono sposare nello stesso anno due membri della stessa famiglia.
All’inizio abbiamo vissuto a Shanghai, poi, dopo poco più di un anno, ci siamo trasferiti a Suzhou, la cosiddetta “Venezia della Cina”, perché costruita su canali. Shangai è una metropoli, sui trenta milioni di abitanti solo nella zona urbana, a cui, se si aggiunge la municipalità, si arriva ai trentacinque, trentasei milioni. Suzhou ne fa diciotto, sempre tanti, però si avverte che è più piccola: ha spazi molto più aperti, a dimensioni umane, con parchi molto più verdi, strade più larghe. La vita è molto più rilassata.
Dopo tanti anni in Cina era arrivato il momento di tornare in Italia, per due motivi, il primo, personale: i miei genitori non sono più giovani e quelle sedici-diciotto ore di distanza cominciavano a farsi sentire. È stata Jojo a convincermi. All’epoca avevo un ottimo lavoro, con possibilità di fare carriera: seguivo un intero brand di una ditta italiana. E pensare che ero partito facendo il commesso in un negozio!
Il secondo motivo è stato il covid che mi ha fatto passare la voglia di rimanere là: se avessero nuovamente chiuso la Cina sarebbero passati altri anni senza poter venire in Italia, infatti dal 2020 alla fine del 2022 è stato molto difficile uscire, tra quarantene infinite e chiusure molto restrittive. Ora vado spesso in Cina per lavoro, però voglio avere la possibilità di ripartire.
Quando sono tornato in Italia mi son dovuto riabituare ad aspetti tipicamente italiani che avevo quasi dimenticato: la lentezza nel realizzare le cose per esempio – qui ho dovuto aspettare tre, quattro mesi un divano che in Cina sarebbe arrivato a casa in una settimana – oppure l’obbligo di andare fisicamente in anagrafe per fare la richiesta di residenza, mentre là facevo tutto tramite app…
Non smetto di pensare di voler fare, prima o poi, un viaggio in Perù e sicuramente non smetterò mai di andare in Cina. Credo che il popolo cinese, nonostante appaia un po’ schivo, sia un popolo molto corretto, molto cordiale, con cui non è difficile andare d’accordo.
(Dichiarazioni raccolte da Giorgia Ansaloni)

Le illustrazioni che accompagnano questo articolo e il numero 24-25 di Touki Bouki sono fotogrammi tratti dal cortometraggio d’animazione Oltre Khashkusha, realizzato alla Scuola Frisoun di Nonantola sotto la guida di Ahmed Ben Nessib nel giugno del 2025.

