Torno spesso a riaprire i libri di Paul Goodman, a rileggerne parti dimenticate, a leggere quelli che non avevo ancora letto. Ogni volta parto per cercare una cosa e ne trovo altre cinquanta. In genere apro i libri di Goodman, come si fa con gli autori più cari, per cercare qualche rischiaramento alle mie confusioni o almeno alla ricerca di spunti che le spingano in una direzione più vitale e proficua, meno angusta. È giusto quello che dice Colin Ward di Goodman: il suo lavoro ci mostra come “in tutti i problemi della vita quotidiana ci confrontiamo con la possibilità di scegliere tra soluzioni di tipo autoritario o libertario”.
In questi anni, per leggere Goodman, si deve fare un po’ di fatica: della gran mole di saggi, pamphlet, romanzi, racconti, pièce teatrali, poesie solo pochi sono stati tradotti in italiano e attualmente è reperibile un solo libro, Individuo e comunità, pubblicato da Elèuthera in una nuova edizione nel 2014, con una bellissima introduzione di Pietro Adamo che a oggi rappresenta l’inquadramento più completo del pensiero politico di Goodman in lingua italiana.
Ma anche in inglese i suoi testi non sono ristampati da tempo e solo pochi anni fa la giovane casa editrice californiana PM Press ha iniziato a ristamparne alcuni sotto la guida dell’infaticabile curatore della sua opera, Taylor Stoehr. In ogni caso, per chi voglia avvicinarsi a Goodman la migliore introduzione rimane il commosso saggio che Susan Sontag gli dedicò all’indomani della sua morte, nel ’72 (Su Paul Goodman, in Sotto il segno di Saturno, Nottetempo 2023). Nel 2011 il cineasta statunitense Jonathan Lee ha realizzato a un documentario sulla sua figura, Paul Goodman changed my life.
Chiusa questa parentesi di servizio, da lettore e non da studioso provo ad appuntare un po’ alla rinfusa alcune cose tra le molte che mi piacciono di Paul Goodman.
1. Ancor più che “utopista pragmatico”, come Goodman è stato definito, mi piace la formula “utopista pratico”, che rinforza il suo carattere di ossimoro, un ossimoro proficuo che unisce i due opposti di un progetto di trasformazione del mondo e di noi stessi in prospettiva lunga e quello di una azione diretta, immediata, imperfetta, quotidiana: i due lati dell’ossimoro prendono senso uno dall’altro. (Sarà che io, che sono un architetto, diffido un poco del primo lato e propendo più per il secondo, quello pratico, e rivendico il potenziale eversivo e riumanizzante della dimensione pratica, soprattutto nel quadro attuale di un mondo trasformato in Megamacchina – quello che Goodman chiamava il Sistema Organizzato – in cui la crescente astrazione e virtualizzazione si sostituiscono progressivamente all’umano, al corporeo e al sensoriale). Capitini si definiva un “mistico pratico”, e anche qui c’è la stessa utile tensione tra il lontano e il vicino, tra l’alto e il basso. Questa tensione a Goodman piaceva metterla già nei titoli dei suoi libri: Utopian essays and Practical proposals (Saggi utopistici e Proposte pratiche) o Little prayers and Finite experiences (Piccole preghiere ed Esperienze finite). La sua diffidenza per l’utopia pura, astratta, è espressa nel titolo di una sua intervista del ‘67: Utopian means they don’t want to do it! (qualcosa come “Utopistico significa che non vogliono farlo davvero!”). Egli sembra applicare il principio che secondo Martin Buber distingueva la strategia del movimento cooperativistico ottocentesco da altri filoni di ispirazione utopica: lavorare a “mutamenti eseguibili nelle condizioni e coi mezzi che sono dati”[1], se tra i mezzi dati consideriamo anche quelli che si possono inventare. È lo stesso Goodman a sostenere: “Sembra che io sia capace di scrivere solo praticamente, inventando espedienti. Il mio modo di scrivere un libro di teoria sociale è stato quello di inventare progetti comunitari. La mia psicologia è un manuale di esercizi terapeutici. Uno studio letterario è un manuale di critica pratica. Una discussione sulla natura umana è un programma di riforme pedagogiche e politiche. (…) Ma quasi invariabilmente (tranne quando sono indignato) vedo che comprendo ciò che non mi piace solo per contrasto con qualche proposta concreta che mi sembra abbia più senso”[2].
2. Goodman è stato messo giustamente tra i pensatori radicali, ma è straordinario, e per me spesso commovente, come dentro a questa radicalità egli riservi uno spazio importante alla modestia. Oltre ad avere ben chiaro quel senso del limite in relazione a molti temi cruciali – risorse, ambiente, tecnologie, ecc. – che molta parte della sinistra sta scoprendo solo oggi (quasi mezzo secolo dopo), Goodman aveva una speciale sensibilità per la dimensione modesta e frugale della vita quotidiana e ne difendeva il limite, lo presidiava come un fragile bastione contro gli sconfinamenti della megalomania politica, pianificatoria, scientifica del Sistema Organizzato.
Nel ’67, in due occasioni molto differenti, si rivolse su questi temi a pubblici totalmente diversi, credo sconcertandoli entrambi. Al simposio annuale della Smithsonian Institution, a un pubblico di paludati accademici, architetti, storici, disse: “Dovremmo aspirare alla decenza, non all’eccellenza. Non possiamo tracciare un confine a priori, ma in tutti i casi c’è qualcosa da pianificare e qualcosa che dobbiamo trattenerci dal pianificare. Ciò spesso significa decidere quando introdurre tecnologia, per avere una base decente, e quando invece non introdurre tecnologia, per avere libertà”[3]. Qualche mese dopo, al mitico convegno “Dialettica della liberazione” di Londra, si rivolge ad un pubblico di anti-psichiatri, filosofi, militanti del movimento: “Secondo me molti discorsi politici sono troppo ambiziosi. La gente intende usare il potere politico per raggiungere qualcosa di grandioso e di eccellente. Non sarà questo il risultato. Quello che si può fare è appena di garantire una situazione di minima decenza nella quale qualcosa di buono possa accadere. (…) Ritengo che se noi del movimento rivoluzionario avessimo mire più modeste, tutto avrebbe più senso”[4].
3. Paul Goodman attribuiva un ruolo addirittura rivoluzionario ai “professionisti autentici” nelle società che “funzionano male” (cioè, diceva, quasi tutte quelle principali). Ma contemporaneamente il suo lavoro era sostenuto da uno spirito robustamente anti-specialistico, in cui era implicita la rivendicazione dell’unitarietà del sapere e soprattutto dell’interezza dell’esistenza umana. Così egli rispondeva alla frequente accusa di superficialità e dilettantismo nell’affrontare i campi più disparati del sapere – sociologia, psicologia, urbanistica, tecnologia, educazione, letteratura, estetica, etica: “È vero che non so molto, ma è falso che scrivo di molti soggetti diversi. Ne ho uno solo: gli esseri umani che conosco, nella scena che loro stessi hanno costruito. (…) Se si trattano separatamente i loro comportamenti di gruppo o quelli individuali, il loro ambiente o i loro caratteri, la loro dimensione pratica o la loro sensibilità, si perde l’assunto stesso che vogliamo trattare. (…) Ovviamente oggi è impossibile essere esperti in più di uno o due “campi”. Io non ho una risposta. Ma preferisco preservare l’interezza del mio soggetto – la gente che conosco – a costo di essere ignorante e amatoriale su tutto”[5].
4. Come abbiamo già visto, Goodman è stato un critico implacabile del sistema tecnologico, dei suoi abusi e della sua retorica, dei suoi intrecci con l’industria, la comunicazione, il potere. Questo aspetto del suo lavoro lo colloca, insieme a Mumford, Illich, Ellul, Anders, Virilio e altri, in un filone di riflessione che ci è oggi particolarmente indispensabile, in un quadro in cui, anche a sinistra, le parole-ameba della cosiddetta innovazione tecnologica e ricerca scientifica vengono ancora incredibilmente e indiscriminatamente santificate, sempre e comunque legittimate a prescindere dai loro contenuti, costi, effetti sull’ambiente e sull’esistenza umana.
5. Infine mi piacciono molte poesie di Goodman. Che io sappia non sono mai state tradotte in italiano, ed è un peccato. Provo a tradurne qui tre frammenti, un po’ sbrigativamente, perdendo quasi tutto in termini di assonanze e fonetica. Fanno parte di quel filone di poesie-preghiere scritto nel corso di trentacinque anni, pubblicate sparse nelle varie raccolte poetiche e infine da lui raccolte negli ultimi mesi di vita nel libro Little prayer and Finite experience, uscito postumo. Nel primo frammento compare l’invocazione Creator Spirit come, che ritorna in diverse opere di Goodman. L’ultimo frammento è costituito dai versi finali di Little Te Deum, forse la sua poesia più nota.
Il matto che incontri per strada
mentre parla da solo
sono io, per favore conducilo a casa.
Spirito Creatore, vieni.
***
Insegni in fretta e duramente
alla Tua scuola, Signore.
Per me non sempre è chiaro
quale sia la lezione.
Ero insolitamente docile
alla scuola elementare,
ma non credo che sarò promosso
alla classe superiore.
***
di tela grezza grigio-avena
e senza stemma è la bandiera
che io reggo e non sventolo.[6]
Questo ritratto di Paul Goodman è uscito, in una forma leggermente diversa, su “Il Barrito del Mammut”, n. 4, gennaio 2010.
[1] Martin Buber, Sentieri in Utopia, Marietti 1820 2009
[2] Paul Goodman, prefazione a Utopian Essays and Practical Proposals, Random House 1962
[3] Paul Goodman, Two Points of Philosophy and an Example, in AAVV, The Fitness of Man’s Environment, Smithsonian Institution Press 1968
[4] Paul Goodman, Valori oggettivi, in AAVV, Dialettica della liberazione, Einaudi 1969
[5] Paul Goodman, prefazione a Utopian Essays and Practical Proposals, cit.
[6] Paul Goodman, Little Prayer and Finite Experience, Harper & Row 1972
