Indifferenti alle differenze

29 Luglio 2026
Felix Vallotton, Spiaggia di Honfleur, 1923

Con un titolo diverso, questo articolo è uscito anche sulla versione online della rivista “Gli asini”.


Secondo un’analisi pubblicata da L’Équipe, la Francia è il paese di nascita più rappresentato della Coppa del Mondo 2026: 99 giocatori sono nati sul territorio francese, davanti ai Paesi Bassi (67), alla Germania (50), all’Inghilterra (49) e a Belgio, Spagna e Svezia (36 ciascuno). Molti di loro, però, rappresentano un’altra nazionale. Questa è una fotografia straordinaria della realtà diasporica contemporanea.

Bastano la scelta di una nazionale, un cognome, un luogo di nascita o il colore della pelle di un giocatore perché il dibattito abbandoni immediatamente il terreno sportivo. Non si parla più di tattica o di tecnica ma di appartenenza, di fedeltà, di integrazione, di colonialismo, di identità nazionale.

Lo stesso accade quando una persona con una storia familiare migratoria finisce al centro dell’attenzione pubblica. Quando un giovane nato in Europa da genitori, nonni o perfino bisnonni immigrati commette un reato, quella storia familiare diventa improvvisamente la chiave attraverso cui leggere il suo comportamento. È accaduto recentemente con il caso di Salim El Koudri. Nato in Italia, cresciuto in Italia, laureato in Italia, la sua biografia apparteneva pienamente alla società italiana. Eppure, fin dalle prime ore successive alla tragedia, una parte del dibattito pubblico si è concentrata sulle sue origini marocchine e sul fatto che fosse un “figlio di immigrati” o una “seconda generazione”. Come se la sua storia familiare dicesse qualcosa di essenziale sulla sua identità, come se nonostante fosse italiano, continuasse a essere letto anzitutto attraverso la migrazione dei suoi genitori.

Lo stesso schema è riemerso dopo i disordini seguiti alla finale di Champions League a Parigi. In una parte del dibattito politico e mediatico le violenze sono state lette quasi immediatamente attraverso la lente dell’immigrazione, delle seconde generazioni e delle periferie, trasformando ancora una volta l’origine familiare in una chiave interpretativa generale. Quando il dibattito politico rilancia concetti come la “remigrazione”, è ancora quella storia familiare a essere evocata, come se l’appartenenza potesse essere revocata o restituita.

Frantz Fanon in Peau noire, masques blancs (Pelle nera, maschere bianche, ETS 2015) mostra come l’identità non sia soltanto ciò che ciascuno sente di essere, ma anche ciò che lo sguardo dell’altro costruisce, attribuisce e, talvolta, impone. È questo che continua ad accadere ogni volta che qualcuno viene definito, a seconda delle circostanze, “più marocchino”, “meno italiano” o “non abbastanza francese”. Non osserviamo soltanto un’identità. Contribuiamo a costruirla.


Chi decide chi siamo davvero?

Da oltre vent’anni lavoro nell’ambito della cooperazione internazionale, accompagnando governi, organizzazioni internazionali e istituzioni pubbliche nella progettazione e nell’attuazione di politiche dedicate alle migrazioni, alla mobilità e alle diaspore. Questo lavoro mi ha permesso di osservare da vicino un cambiamento profondo nel modo in cui questi fenomeni vengono interpretati. Nel tempo le diaspore hanno smesso di essere considerate soltanto una conseguenza delle migrazioni. Sono diventate attori dello sviluppo, reti di competenze, capitale sociale, ponti tra società, economie e sistemi di conoscenza. Anche il lessico è cambiato: si è iniziato a parlare di diaspora engagement, di circolazione delle competenze, di mobilità, di connessioni transnazionali.

Fuori da questo mondo, però, ho spesso l’impressione che il tempo si sia fermato. Mentre le organizzazioni internazionali e un numero crescente di governi progressivamente considerano le diaspore una risorsa strategica per lo sviluppo, l’innovazione e la cooperazione internazionale, dotandosi di istituzioni dedicate e di vere politiche pubbliche — come dimostrano, tra gli altri, i casi del Marocco, della Turchia, del Messico e delle Filippine — una parte del dibattito pubblico sembra continuare a raccontarle attraverso categorie ereditate da un altro tempo: fedeltà, integrazione, assimilazione, tradimento. Come se ogni individuo dovesse appartenere necessariamente a un solo paese, a una sola comunità, a una sola storia. Quasi che le appartenenze multiple fossero un’anomalia da spiegare, un’ambiguità da risolvere o, peggio ancora, una minaccia da neutralizzare.

Ma non stiamo più parlando di migranti. Parliamo di uomini e donne nati e cresciuti nel paese di cui sono cittadini, talvolta alla terza o alla quarta generazione, che continuano a essere raccontati attraverso la storia migratoria della loro famiglia, demandando a quella migrazione passata il potere definitorio di un’identità presente.

Più passa il tempo, più mi accorgo di quanto il pensiero di Abdelmalek Sayad continui a essere attuale. Non soltanto per la celebre formalizzazione del concetto di double absence (La doppia assenza, Raffaello Cortina editore 2002), diventata un riferimento imprescindibile negli studi sulle migrazioni, ma soprattutto per un’altra intuizione ancora oggi straordinariamente feconda. Per Sayad la migrazione non è semplicemente uno spostamento di persone, né un fenomeno esclusivamente economico o demografico. È un fait social total. Significa che la migrazione trasforma contemporaneamente il paese che si lascia e quello in cui si arriva, trasforma le famiglie, il lavoro, la scuola, le istituzioni, l’economia, la cultura e perfino il modo in cui una società immagina sé stessa. Ogni migrazione infatti modifica il mondo che attraversa e produce effetti che vanno ben oltre il semplice atto della partenza o dell’arrivo.

Ma se la migrazione è stata uno dei grandi faits sociaux totaux del Novecento, cosa osserviamo quando guardiamo le società diasporiche del Ventunesimo secolo? Sayad osservava soprattutto la grande migrazione del Novecento: operaia, organizzata attorno ai bisogni dell’industrializzazione e segnata, in un secondo momento, dai ricongiungimenti familiari e dall’insediamento stabile delle prime generazioni. Donne e uomini che lasciavano il proprio paese con l’idea, spesso mai realizzata, di farvi ritorno. È in quel contesto che prende forma la double absence: non appartenere più completamente al paese che si è lasciato, senza appartenere ancora pienamente a quello in cui si vive. Oggi però siamo chiamati a osservare qualcosa di diverso.


Dalla migrazione alla mobilità

Negli ultimi cinquant’anni è cambiato quasi tutto: le tecnologie, le comunicazioni, i trasporti, e, soprattutto, la possibilità di mantenere relazioni quotidiane attraverso continenti diversi. Sono cambiate soprattutto le famiglie e le biografie. Osserviamo sempre meno percorsi costruiti attorno a un unico luogo e sempre più spesso biografie che attraversano più Paesi, più lingue e più appartenenze. Alcune sono quelle di ricercatori, imprenditori o sportivi. Molte altre sono quelle di lavoratori, studenti, famiglie, pensionati, artisti o giovani che vivono quotidianamente tra società diverse. Biografie molto differenti tra loro, accomunate però dal fatto che la loro vita non si lascia più raccontare attraverso un solo paese, una sola lingua o una sola appartenenza. La migrazione continua naturalmente a esistere, ma non esaurisce più la realtà in cui viviamo. È la parola mobilità che descrive questi percorsi e accanto ad essa si è progressivamente consolidata la categoria di diaspora, che rappresenta qualcosa di ancora diverso: non il movimento delle persone, ma la permanenza delle relazioni che quel movimento ha generato. Per semplificare potremmo pensare che la migrazione descrive uno spostamento. La mobilità descrive una traiettoria. La diaspora descrive ciò che continua quando quello spostamento è terminato.

Una migrazione può concludersi. Una diaspora continua nelle generazioni successive, nelle reti economiche, scientifiche, culturali e sociali che collegano società diverse. E questa continuità la rende probabilmente una chiave decisiva per comprendere le società contemporanee.


La diaspora come risorsa: un cambio di paradigma

Quando ho iniziato a occuparmi di questi temi, il dibattito era dominato quasi esclusivamente dalle rimesse economiche. Era già un cambiamento importante, perché si riconosceva che la migrazione continuava a produrre effetti anche dopo la partenza. Ben presto, tuttavia, questa lettura è apparsa insufficiente. Si è iniziato a parlare di capitale umano e capitale sociale, di circolazione delle competenze anziché di semplice brain drain, di imprenditorialità, di innovazione, di reti scientifiche, di diplomazia delle diaspore e, più recentemente, di diaspora engagement

Le diaspore venivano progressivamente riconosciute come attori delle trasformazioni economiche, sociali, culturali e politiche, capaci di mettere in relazione territori, istituzioni e sistemi di conoscenza. Non più semplici comunità “all’estero”, ma reti in grado di costruire fiducia, favorire la cooperazione, trasferire competenze, mobilitare investimenti e creare opportunità tanto nei Paesi di origine quanto in quelli di insediamento. Sempre più studi hanno iniziato a leggere la mobilità non soltanto come un fenomeno da governare, ma come una risorsa per lo sviluppo. Un momento particolarmente significativo è rappresentato dal Rapporto sullo sviluppo umano del PNUD del 2009, Overcoming Barriers: Human Mobility and Development, che ha contribuito a spostare il dibattito dalla sola gestione dei flussi migratori al contributo che la mobilità umana può offrire allo sviluppo.

Viviamo sempre più in società diasporiche nelle quali le appartenenze, le biografie e le reti che collegano Paesi diversi non costituiscono più un’eccezione, ma una componente strutturale della vita quotidiana. Attraversa ormai le scuole, le università, le imprese, i laboratori di ricerca, le amministrazioni pubbliche, il mondo dello sport, della cultura e della politica. Attraversa le famiglie. Attraversa le città. In molti casi è diventata parte integrante del funzionamento ordinario delle nostre società.

I novantanove calciatori nati in Francia che oggi indossano le maglie di nazionali diverse rendono visibile una profonda trasformazione sociale per cui il luogo di nascita, la cittadinanza, le appartenenze familiari e la rappresentanza nazionale non coincidono più necessariamente.


L’ossessione della differenza

È qui che il geografo Ash Amin offre una chiave di lettura particolarmente preziosa. Quando parla di indifference to difference, non propone di cancellare le differenze o di fingere che non esistano ma di imparare a non fare della differenza il principio attraverso cui interpretiamo continuamente le persone. Esiste un colore della pelle. Esiste una storia familiare. Esiste una religione. Esiste un cognome. Esiste una memoria migratoria. Eppure nessuno di questi elementi può diventare automaticamente la spiegazione di tutto il resto. È una distinzione sottile, ma decisiva. Il problema non è la differenza ma è l’ossessione per la differenza: il bisogno quasi irresistibile di ricondurre ogni comportamento, ogni successo, ogni fallimento, ogni scelta, a un’origine.

Quando un calciatore sceglie una nazionale, il dibattito si concentra immediatamente sulle sue origini. Quando una persona commette un reato, la storia migratoria della sua famiglia diventa improvvisamente la chiave attraverso cui leggere il suo comportamento. Quando il dibattito politico parla di “remigrazione”, è ancora quella storia familiare a essere evocata, come se l’appartenenza potesse essere revocata.

Quando lessi Les Identités meurtrières, di Amin Maalouf (Identità assassine, La nave di Teseo 2021) rimasi colpito da un’idea tanto semplice quanto radicale: nessuno possiede una sola identità. Ognuno di noi è il risultato di appartenenze che si accumulano, si intrecciano e si trasformano nel corso della vita. Una lingua. Una città. Una famiglia. Una professione. Una cittadinanza. Una storia familiare. Una fede. Una memoria. Una passione. Nessuna di queste, presa isolatamente, basta a definire una persona. Se la migrazione è davvero, come scriveva Sayad, un fait social total, allora dovremmo accettare che anche le categorie con cui la pensiamo evolvano insieme alle società che osserviamo.

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