Prigionieri di un fiore

Meraviglie a portata di sguardo.

Foto di Enrico Gheduzzi

Percorrendo la ciclabile Nonantola-Via Larga nel mese di maggio potreste imbattervi in una pianta dall’aspetto poco appariscente ma bizzarro: l’Aristolochia clematitis. Poche e semplici indicazioni vi permetteranno di individuarla tra il vasto campionario botanico che si sta gradualmente impossessando della ciclabile. I manuali di botanica ci dicono che la nostra pianta predilige le aree boschive ma, in mancanza di meglio si adatta anche a luoghi incolti purché ombrosi. Nel nostro caso il luogo ombroso è offerto dalla fitta vegetazione che copre quel lotto di terreno edificabile appena fuori dal paese. Guardando tra le maglie della rete elettrosaldata arrugginita che cinge l’area e che a tratti incombe su pedoni e ciclisti, noterete affacciarsi una pianta erbacea dall’esile e lungo fusto su cui si innestano, alternate, foglie cuoriformi.

All’ascella di ogni foglia si trovano gruppetti di fiori giallognoli che ricordano le trombette da bicicletta per bambini. Questi fiori dall’aspetto innocuo e buffo divengono per certi minuscoli insetti delle vere e proprie prigioni.
Verificate da voi: prendete un fiore tra quelli che si trovano più in alto (i più freschi) e apritelo delicatamente con le dita, al suo interno, quasi sempre troverete uno o più minuscoli insetti che dopo un attimo di stordimento prenderanno il volo.

Moscerino imprigionato nell’utricolo. Dalle pareti assottigliate e trasparenti del fondo del fiore penetra la luce che inganna l’insetto convincendolo che esista una via di fuga. (Le foto al microscopio sono di Giacomo Vaccari)

Perché sono entrati nel fiore? Questa domanda è ancora più interessante se si considera che quegli insetti, moscerini non più grandi di un millimetro, non si nutrono né di polline né di nettare. I malcapitati sono finiti lì perché attirati da un irresistibile odore prodotto dal fiore stesso e che imita perfettamente il loro cibo prediletto: cadaveri e più in generale materia organica in decomposizione. Attirato da quell’odorino stuzzicante l’insetto si è posato sul fiore poi ha iniziato a scendere, non senza fatica, per il tubo della trombetta. Forse durante la discesa ha anche pensato “sto facendo una cazzata” ma poi gli è sembrato di vedere che in fondo al tubo c’era una luce e avrà detto, “va be’, al massimo esco dall’altra parte”.

Sezione longitudinale del fiore. A sinistra l’utricolo (la stanzetta circolare in cui viene imprigionato l’insetto) sul fondo del quale si trovano gli organi sessuali maschili e femminili (antere e stimmi) fusi tra loro; a destra il tubo ricoperto, nella parte interna, dai peli che permettono all’insetto l’ingresso nel fiore e ne impediscono l’uscita.

E invece no, si è trovato in una stanzetta rotonda tutta chiusa ma con le pareti che in certi punti lasciavano passare la luce. Constatato che nel fiore non vi è traccia di cadaveri prova allora a tornare indietro per il tubo da cui è entrato: impossibile, quello stesso corridoio percorso pochi istanti prima è ora impenetrabile. L’insetto non sa cosa fare e cammina nervosamente nella stanzetta rotonda passando più volte sull’organo sessuale femminile del fiore. Passano 24-48 ore, a un certo punto avviene un’esplosione. Sono le antere (l’organo sessuale maschile del fiore) che sono maturate e che esplodono rilasciando il polline. Stordito e tutto coperto di granuli di polline l’insetto si accorge che il passaggio da cui è entrato è diventato nuovamente percorribile… è libero! Ma solo temporaneamente perché un altro fiore sarà presto di nuovo lì a tentarlo. Qual è il significato biologico di questi incredibili eventi per la pianta e per l’insetto?

Sezione longitudinale del fiore: la differenza rispetto alla foto precedente è lo stato dei peli che rivestono l’interno del tubo e che, in questo caso, sono raggrinziti per permettere all’insetto di evadere.

La pianta ha due necessità, per prima cosa vuole essere fecondata da polline proveniente da un altro individuo della stessa specie e poi vuole che il proprio polline ne raggiunga un altro. Per realizzare tutto ciò la nostra pianticella non si affida banalmente alle api ma a degli insetti necrofagi, che deve attirare con l’inganno. Questi smemorati cadono nel tranello più volte trasportando così inconsapevolmente polline da un fiore all’altro. Siccome la maturazione degli organi sessuali femminili e maschili avviene a distanza di circa 48 ore la pianta non solo deve preoccuparsi di attirare gli insetti ma deve anche imprigionarli. L’insetto viene trattenuto attraverso uno stratagemma tanto semplice quanto efficace. Il tubo della trombetta da cui è entrato è ricoperto di minuscoli peli rivolti verso l’interno del fiore. Questi peli permettono il passaggio solo in una direzione. Dopo l’espulsione del polline i peletti raggrinziscono e lasciano libero l’insetto di andare.

Abbandonato il punto di vista della pianta è ora lecito chiedersi se per l’insetto queste prigionie forzate abbiano una qualche utilità e se i moscerini ne traggano a loro volta un qualche beneficio. La risposta è che per quei piccoli prigionieri dalla vita generalmente piuttosto breve quei giorni di prigionia sono solo tempo perduto.

La ciclabile Nonantola-Via Larga. Foto di Enrico Gheduzzi

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