Prosegue, a lunghissime falcate, la corsa dell’Europa verso politiche migratorie isteriche e segregazioniste. Il 26 marzo, la plenaria dell’Eurocamera riunita a Bruxelles ha approvato la bozza del nuovo regolamento sui rimpatri, uno dei tasselli mancanti al Patto sulla migrazione e l’asilo che entrerà in applicazione, anche in Italia, il 12 giugno. Tra le altre cose la bozza prevede la possibilità di aumentano fino a 24 mesi (rispetto agli attuali 18) i termini di detenzione nei centri per il rimpatrio per chi non si dimostrasse collaborativo, detenzione che viene estesa ai minori, compresi quelli non accompagnati. In caso di emergenza si prevedono deroghe su alcune garanzie, ad esempio limitando il controllo della misura da parte dei giudici. Per quanto riguarda i centri di rimpatrio da collocare al di fuori dell’Ue sulla base di accordi o intese (dei singoli stati o dell’Ue stessa) con i paesi terzi, i migranti potranno esservi trasferiti anche in assenza di ogni legame con quel paese. Al loro interno potranno andare anche famiglie con i bambini.
Non neghiamo la necessità di rinnovare le politiche di controllo e gestione dei flussi migratori. Ma speravamo che, almeno in Europa, tali politiche fossero ideate e sperimentate sulla base dei principi dell’efficacia, della razionalità, del rispetto per la dignità umana. La strada imboccata da gran parte degli stati europei e adesso inseguita anche dall’Unione europea sembra invece portare verso forme di controllo ispirate alle istituzioni totali e all’“ordine del campo”.
L’ordine del campo

