In Vita activa, Hannah Arendt, che a New York conobbe e frequentò Paul Goodman nelle riunioni della rivista politics, collega la natalità, l’ingresso nel mondo di nuovi uomini e donne, alla capacità di pensare e iniziare cose nuove, improbabili, inaspettate. Cosa che è anche la base dell’agire politico. Da qui l’augurio rivolto a noi e ai nostri quattro lettori per questo Natale: che nel cul de sac politico in cui ci sembra di essere finiti siamo capaci di iniziare qualcosa di nuovo e soprattutto di fare strada, di lasciar spazio, al nuovo che arriverà attraverso i nuovi venuti (e noi di Touki Bouki e della Scuola Frisoun aggiungiamo attraverso “i nuovi arrivati”).
In generale, i giovani d’oggi sostengono fortemente l’onestà, la franchezza, la lealtà, il garbo, l’amore, la libertà e le altre virtù delle nature generose. Essi s’irritano rapidamente per l’ipocrisia dei politici, degli amministratori e dei genitori, che parlano di grandi astrazioni, ma agiscono male. Tuttavia, i giovani stessi – come la maggioranza dei politici e degli amministratori, e come molti genitori – sembrano aver dimenticato la concreta realtà di ideali come la magnanimità, la compassione, l’onore, la libertà civile, l’integrità e la giustizia – ideali che sostengono e ricreano l’Umanità. Senza questi valori e i conflitti da essi generati, non vi è tragedia. E in effetti la maggioranza dei giovani sembra non credere che la tragedia esista, interpretando sempre l’impasse come incapacità di osare e il sofisma come un’elusione. Forse sono troppo severo, ma, sebbene sia spesso sbalordito dal loro coraggio fisico, non sono sovente impressionato dal loro coraggio morale.
Il mio pensiero è che:
- l’educazione incidentale (avendo parte nelle attività correnti della società) dovrebbe essere il principale mezzo di apprendimento;
2. la maggioranza delle scuole secondarie dovrebbe essere eliminata e le loro funzioni dovrebbero venir assolte da altri tipi di comunità giovanili;
3. la preparazione universitaria, in genere, dovrebbe seguire — non precedere — l’ingresso nel mondo professionale;
4. il compito principale degli educatori dovrebbe consistere nell’aver cura che le attività della società forniscano l’educazione incidentale. Se necessario, il governo e la società dovrebbero inventare nuove attività utili, offrendo altre opportunità educative;
5. lo scopo della pedagogia elementare, fino ai dodici anni, dovrebbe essere quello di proteggere la libera crescita, in quanto la pressione della famiglia e della comunità insieme è troppo forte perché un bambino possa sopportarla.
Permettetemi di esporre gli argomenti a sostegno di tale programma.
È necessario ridurre drasticamente la durata dell’istruzione scolastica, perché la nostra prolungata tutela è contraria alla natura e di fatto arresta la maturazione.
Lo sforzo d’incanalare la crescita secondo un curriculum preconcetto scoraggia il giovane e spreca molte delle nostre migliori capacità di apprendere e di affrontare la vita.
La scuola non prepara a svolgere attività reali, ma è in larga misura fine a se stessa. Soltanto i soggetti scolasticamente dotati, cioè dal 10 al 15 per cento dei ragazzi, secondo Conant, prosperano in questa inutile attività, senza esserne tediati e senza correre pericolo.
Il nostro sistema educativo aliena i giovani, isolandoli dalla generazione più anziana.
Tuttavia non ha senso, per molti tra i nostri giovani più intelligenti e sensibili, limitarsi a interrompere gli studi o a porsi in un rapporto ostile con la società. Questo stato di cose non porta alla ricostruzione sociale. Le complicate e confuse condizioni del nostro tempo richiedono un pensiero nuovo e, pertanto, ciò di cui abbiamo bisogno è la partecipazione, in particolare dei giovani.
I giovani radicali sembrano credere che il mutamento politico risolverà il nostro principale problema. O che le nostre difficoltà si risolveranno dopo il mutamento politico. Ma questa è un’illusione. I nuovi problemi dell’urbanizzazione, della tecnologia e dell’ecologia non sono stati finora affrontati da nessuna fede politica. I sistemi educativi degli altri paesi avanzati non sono migliori di quello americano.
La mia esperienza – aristotelica e calvinista – è stata che la maggior parte della gente non può organizzare la propria vita senza un’attività produttiva. Ciò, è chiaro, non significa necessariamente un’attività remunerativa. L’arena sono le libere professioni, i servizi, le industrie, le arti e le scienze. La politica radicale e il farsi i fatti propri sono carriere limitate a pochissimi.
Ora, come stanno oggi le cose, la società americana o esclude il giovane, o lo corrompe, o lo sfrutta. Secondo me, è necessario rendere le norme di scolarizzazione e di assunzione più realistiche e limitare il culturalismo “mandarino”. Dobbiamo ideare una forma di apprendistato che non si basi sullo sfruttamento.
La società ha disperatamente bisogno di lavoro, sia intellettuale che manuale, nel rinnovamento urbano, nell’ecologia, nelle comunicazioni e nelle arti. Tutte queste sfere potrebbero avvalersi dei giovani. Molte di tali iniziative funzionano meglio quando sono organizzate dai giovani, come le attività di sostegno e sviluppo della comunità svolte dall’associazione Vocations for Social Change. Inoltre esistono ottimi centri di apprendistato per giovani intelligenti, come l’Istituto Oceanografico a Makapuu Point o l’Istituto di Studi Politici a Washington, dove non ci si cura dei diplomi già conseguiti da chi vuole entrarvi. Il nostro scopo dovrebbe essere quello di moltiplicare le vie della crescita. Un ragazzo o una ragazza dovrebbero avere ampie opportunità di ricominciare la propria carriera, di passare dall’una all’altra, di prendersi una moratoria, di viaggiare o di lavorare per conto proprio. Per assicurare la libertà di scelta, facendo sì che i giovani possano mantenere ed esprimere il loro atteggiamento critico, bisognerebbe garantire agli adolescenti i mezzi di vita. Prendendo il costo attuale della sua istruzione secondaria, si potrebbe dare a un giovane abbastanza danaro da viverci.
Il vantaggio di dare un’educazione meno accademica è stato naturalmente compreso da molti uomini e donne che hanno a che fare con la scuola. Esistono miriadi di programmi per aprire la scuola al mondo: 1) reclutando professionisti, artisti, capi di qualunque setta, madri e giovani che hanno interrotto gli studi perché assistano gli insegnanti e 2) concedendo sovvenzioni accademiche per il lavoro-studio, l’azione nella comunità, lo scrivere romanzi, servire negli ospedali psichiatrici, passare un anno all’estero e altri tipi di attività libere.
Naturalmente, io sono entusiasta di questi sviluppi, e vorrei soltanto si facesse il piccolo passo oltre di abolire l’attuale organizzazione scolastica, invece di ingrandirla.
Esiste poi un movimento negli Stati Uniti, come a Cuba e in Cina, volto a far sì che gli anni dell’adolescenza siano dedicati al servizio pubblico. Il che sarebbe un bene, se non fosse obbligatorio enon servisse all’irreggimentazione.
È possibile far sì che l’educazione di ognuno coincida perfettamente con lo sviluppo dei suoi interessi. Certo, le scelte fatte lungo la strada saranno spesso maldestre e rappresenteranno uno spreco, ma, ciò nondimeno, esprimeranno un desiderio e quindi coincideranno immediatamente con la realtà. Esse convergeranno dunque nella scoperta della vocazione giusta, più rapidamente di qualunque altro metodo. La vocazione è ciò per cui un individuo è dotato, quello che può fare. È nella vocazione che s’impiega una parte notevole delle capacità di ognuno. L’uso della capacità totale di una maggioranza dei cittadini porterebbe a una società stabile la cui efficienza sarebbe di gran lunga superiore a quella della nostra. In un simile assetto, le persone dotate di qualità peculiari hanno più probabilità di trovare la loro strada, potendo cominciare con qualcosa che sanno far bene e poi procedere ai loro più particolari interessi, ed essendo accettati per quello che sono capaci di fare.
L’istruzione scolastica, è ovvio, potrebbe essere scelta dalle persone fornite di doti scolastiche. Naturalmente, le scuole funzionerebbero molto meglio se non fossero ingombrate da una pletora di gente disinteressata e imbronciata. Ma l’uso principale dell’insegnamento scolastico dovrebbe essere per quelli già occupati nelle scienze o in altre professioni, i quali hanno bisogno di corsi accademici per acquisire nuove conoscenze. La Cooper Union, a New York City, ha svolto benissimo questa funzione.
Naturalmente, in un assetto del genere, gli stessi datori di lavoro dovrebbero fornire un’istruzione accademica ausiliaria. Tale istruzione, secondo me, servirebbe più di qualunque altra singola misura a dare ai giovani culturalmente svantaggiati – neri, abitanti delle zone rurali, ecc. – un miglior accesso al mondo del lavoro e un’opportunità di avanzamento. Come abbiamo visto, non esiste alcun rapporto, sul lavoro, tra competenza e precedente istruzione scolastica.
Ciò conduce a un altro problema. Dal punto di vista educativo, l’istruzione sul lavoro è in genere superiore a quella scolastica, ma le conseguenze politiche e morali di un simile sistema sono ambigue. Attualmente, i giovani vengono assunti per le loro credenziali, piuttosto che per le loro capacità effettive. Questo sistema permette una certa misura di democrazia del libero mercato. Ma, se il giovane deve essere istruito sul lavoro, l’assunzione avverrà essenzialmente in base alle promesse date dal giovane stesso. Un tale sistema può condurre a un paternalismo industriale, simile al capitalismo giapponese. Mentre, d’altro canto, se i giovani hanno la possibilità di scelta e possono organizzarsi e criticare, l’educazione sul lavoro è la via più rapida verso quella gestione operaia, che, a mio avviso, è l’unica vera democrazia.
L’istruzione universitaria – arti liberali e i principi delle libere professioni – dovrebbe essere riservata soltanto a quegli adulti che già ne hanno una certa conoscenza e hanno qualcosa su cui filosofare. Altrimenti, come diceva Platone, una simile “educazione” non è che un mero verbalizzare.
Per fornire un ambiente protettivo e vitale ai bambini fino ai dodici anni, la scuola di Neill è un buon modello. Secondo me, Summerhill si può adattare con facilità alle condizioni urbane. Probabilmente, il pedagogo ateniese, che gira per la città con i suoi alunni, sarebbe un modello ancora migliore; ma, perché sia possibile, le strade dovrebbero essere più sicure e i luoghi di lavoro più accessibili di quanto è probabile che diventeranno. Un pre-requisito della pianificazione urbanistica è che i bambini possano usare la città; infatti, nessun centro urbano è governabile se non vi crescono cittadini che lo sentono come proprio.
Lo scopo della pedagogia elementare è molto modesto: un bambino piccolo deve essere in grado, per spinta propria, di interessarsi curiosamente a tutto quanto avviene e, con l’osservazione, le domande e l’imitazione pratica, trarre qualche insegnamento da questo suo curiosare intorno. Nella nostra società, ciò succede a casa, fino ai quattro anni; ma, dopo, diventa d’una difficoltà proibitiva.
Io ho spesso esposto questo programma d’educazione incidentale, senza trovare sostenitori. Stranamente, l’attenzione più rispettosa, se non calorosa, l’ho ricevuta nelle scuole per insegnanti, e ciò malgrado il fatto che le mie proposte siano completamente inattuabili sotto la presente amministrazione. Ma chi insegna sa quanto stia sprecando il tempo dei bambini e capisce che le mie proposte sono in fondo abbastanza conservatrici.
La reazione di un uditorio generico, invece, è l’incredulità. Contro ogni evidenza, la gente continua a credere che quanto si sta facendo adesso deve avere un senso, altrimenti non lo si farebbe; e non serve che io indichi, in dollari e centesimi, come potrebbe forse essere più economico – e certamente più produttivo – eliminare la maggior parte delle scuole e far sì che sia la comunità stessa a fornire più educazione. Eppure la maggioranza è disposta ad ammettere di avere ricavato ben poco dalla propria istruzione scolastica. Infine, occasionalmente, qualche vecchio e reazionario uomo d’affari concorda entusiasticamente con me che tutto quanto s’impara dai libri non vale un centesimo.
Tra gli studenti radicali, poi, le mie proposte sono accolte da un cupo silenzio. Essi vogliono il Potere Studentesco, e, per la maggior parte, sono poco desiderosi di rispondere alla domanda se possano davvero definirsi studenti. Io credo che abbiano fatto loro il lavaggio del cervello. Quindi, naturalmente, per essi non fa alcuna differenza che si realizzi la “riforma universitaria” da essi richiesta, o che l’università chiuda del tutto i battenti.
Invece del Potere Studentesco, essi dovrebbero chiedere: a) che l’accesso alla società sia più aperto; b) che i fondi per l’istruzione vengano spesi più utilmente; c) che nella concessione della licenza e nell’assunzione non si tenga conto di diplomi irrilevanti, e così via. L’organizzazione dei giovani dovrebbe porre l’autentica esigenza del diritto a partecipare alle decisioni, nelle funzioni della società che li riguardano, e di regolare da sé la propria vita… che non è affare di nessun altro.Sitenga presente che parlo dei giovani tra i diciassette e i venticinque anni. In qualunque altro periodo della storia umana, questi individui avrebbero già trovato il loro posto nel mondo reale.
(Paul Goodman, Summerhill, esperienza di educazione incidentale, in Summerhill in discussione, a cura di Egle Becchi, Franco Angeli 1975. Terza e ultima parte. QUI è possibile leggere la prima parte e QUI la seconda.)
Le immagini che accompagnano il testo sono di Mara Cerri, tratte da Il nuotatore, un racconto di Paolo Cognetti pubblicato da Orecchio Acerbo nel 2013. Un grazie speciale a lei e a Fausta Orecchio per averci permesso di pubblicarle.


