Fammi sentire reale

Quando saranno più grandi, la musica sarà una "madeleine" della loro giovinezza e riuscirà a riconnetterli allo stupore e ai tumulti stomaco-cervello-cuore che l’età adulta tende a inabissare dietro la conquista della cosiddetta maturità.

Nella scuola di italiano Frisoun di Nonantola quest’anno con il gruppo degli adolescenti, 15 ragazze e ragazzi dagli 11 ai “quasi 18 anni”, si è scelto di fare un percorso di scambi di ascolti e di riflessione sui generi musicali. Per un adolescente la musica è come un grande archivio del sé, dove in modo frammentario pezzi di canzoni, rime, melodie, immagini custodiscono esperienze, ricordi, stati d’animo, emozioni e desideri nascenti. Quando saranno più grandi e avranno la nostra età, la musica sarà una madeleine della loro giovinezza e riuscirà a riconnetterli allo stupore e ai tumulti stomaco-cervello-cuore che l’età adulta tende a inabissare dietro la conquista della cosiddetta maturità.

Lavorare con la musica insieme agli adolescenti apre a due percorsi possibili che possono essere intrecciati, come è accaduto nel nostro laboratorio: il primo è una esplorazione delle loro idee, esperienze e vissuti. La musica consente loro di esprimersi attraverso il calco di rime e parole, a noi di conoscerli costruendo uno spazio abbastanza intimo ma non invadente: ascoltarli argomentare i propri gusti, raccontare le esperienze legate ai loro ascolti, osservare gli scambi di opinioni e interpretazioni delle parole e delle strofe fra di loro ci permette di imparare la lingua in modo attivo. E insieme alla lingua impariamo a riflettere su di essa: scopriamo i suoi significati impliciti, registriamo la variabilità del senso che attribuiamo alle parole – soprattutto di quelle che non indicano cose materiali ma sensazioni, emozioni, sentimenti – in base alle diverse situazioni e provando a fare traduzioni nelle nostre lingue delle parole delle canzoni ci ingaggiamo alla ricerca di un senso che non può che oscillare fra sfumature oggetto di intensi dibattiti.

Il secondo percorso a cui ci apre il lavoro con la musica è quello di una inchiesta su quale sia il rapporto oggi degli adolescenti con le produzioni culturali di tipo musicale, con le dinamiche e le strategie di un mercato che guarda principalmente ai giovani, con la trasformazione tecnologica dei modi di consumare e fruire musica e il passaggio ormai definitivo della musica nel campo dei social media e delle loro piattaforme di streaming e diffusione.

In modo laterale i laboratori ci hanno permesso di misurare – con un certo shock culturale – anche la distanza generazionale fra noi adulti e loro, resa evidente da una serie di gesti, azioni, abitudini all’utilizzo di supporti materiali e mondi della socialità intorno al consumo musicale che oggi sono spariti come un’Atlantide: un mondo completamente sommerso di cui queste generazioni non possono conservare vestigia.

Per capirci: abbiamo scoperto che nessuno aveva mai tenuto fra le mani né visto una musicassetta, che il cd musicale non si sa bene dove infilarlo, che il vinile si gira e che la musica classica per loro è quella degli anni 2000, che i negozi in cui andare a comprare musica e fermarsi per ore ad ascoltarla sono spariti e che anche le riviste musicali – sulle quali abbiamo consumato la nostra di adolescenza imparando da queste il genere della recensione, della critica, dell’argomentazione del valore di un disco dentro la traiettoria artistica di un musicista- non esistono più.

Quello che è emerso dalla nostra inchiesta è che l’ascolto musicale si è fatto iperframmentario, non è più possibile considerare un disco un’opera con una sua logica interna, un suo percorso narrativo e una playlist non è nient’altro che una raccolta di singoli assemblati da Spotify, la piattaforma di musica streaming più utilizzata dai ragazzi che organizza gli ascolti in base al numero di like, ascolti degli altri “utenti” follower della piattaforma e privilegiando le ultime uscite.

Abbiamo anche compreso che l’esperienza musicale oggi è in gran parte visiva: il video musicale non è più un commento della canzone, ma è un elemento che con la musica entra in dialogo, costituendo il contesto e l’immaginario in cui collocarla in modo piuttosto stringente, togliendo di fatto a chi ascolta la possibilità di sviluppare immagini proprie legate all’ascolto.

La musica inoltre appare ai giovanissimi un artefatto completamente tecnologico e di tipo digitale: non c’è esperienza della differenza fra le forme di suono prodotte da strumenti a corda, a fiato, a tastiera, etc.: esiste un unico tappeto sonoro dove i suoni creati da software sembrano uscire dalle casse del pc come elementi smaterializzati, senza nessuna percezione del fatto che il suono è sempre e comunque l’esito della vibrazione di un corpo in oscillazione, processo che vediamo più chiaramente pizzicando una corda, battendo sulla pelle di un tamburo o soffiando aria in uno strumento a fiato.

La maggior parte dei giovanissimi inoltre non ha mai assistito a un concerto e ha pochissima esperienza della musica dal vivo, gli stessi musicisti più che artisti e creativi sono personaggi del mondo dello spettacolo dei social media ed è davvero difficile vedere i loro idoli impugnare uno strumento musicale nei loro video.

Tramontata l’era dei ghettoblaster, dell’assembramento di giovani nelle strade intorno alle panchine o nei parchi ad ascoltare musica o a ballare, l’ascolto si è fatto intimista, solitario e in cuffia, anche se ancora mettere una musica in cassa spinge a dondolarsi, canticchiare, scherzare insieme mimando duetti e cori.

Gli ascolti nella scuola ci hanno parlato di un mondo musicale certamente ancora molto egemonizzato dall’industria musicale statunitense – pervasiva, omologante, ripetitiva – ma in cui chi viene dal continente africano attinge a piene mani ai generi musicali prodotti in Africa occidentale e in particolare all’afrobeats, il nome che si è dato il pop africano per distinguersi e affermarsi con una propria identità nel mercato globalizzato della musica: cantanti quindi come DaVido, Burna Boys, Wizkid, ma anche artisti più inclini al rap come Black Sherif.

La musica ascoltata invece dalle ragazze e dai ragazzi provenienti dal Magreb ha molti legami con le diaspore marocchine, algerine e tunisine in Europa, è quindi caratterizzata da collaborazioni e influenze con la musica degli artisti di seconda generazione, ma in genere è scarso l’interesse per una musica conscious o di denuncia come certo rap. Le emozioni emergenti nella musica più ascoltata da loro sono la malinconia, la separazione, le pene d’amor perduto. Come per ogni adolescente di questa generazione l’interesse è più rivolto al proprio interno che all’analisi del mondo sociale in cui sono immersi: spesso le canzoni che i ragazzi hanno portato a scuola infatti erano prive di ogni riferimento a contesti culturali o geografici, a condizioni o vissuti sociali. Gli stessi generi musicali sono poco distinti, con un ascolto che si orienta decisamente al pop mainstream e una bassa identificazione con qualche subcultura musicale giovanile precisa.

Dei loro vissuti i ragazzi e le ragazze ci hanno raccontato attraverso la musica molte cose: il senso di disagio a scuola e l’essere scoraggiati più che sostenuti dagli insegnanti, la diffusione di un modello di femminilità forte che rivendica la sua autonomia ma rimane ancora molto legato all’affermazione di sé attraverso la bellezza e il corpo, la persistenza inestirpabile del sogno d’amore romantico – un vero paradigma narrativo stilizzato in modo universale e transculturale -, il tentativo attraverso la musica di dare spazio ed espressione a quelle parti di sé che abbiamo chiamato “blu”: la tristezza, la solitudine, il non sentirsi compresi.

Quello che abbiamo capito attraverso il laboratorio è il bisogno di rimettere al centro il corpo dentro l’esperienza dell’ascolto musicale, della necessità anche educativa di tornare a produrre musica con i ragazzi – testi, suoni, ritmi – affinché questa esperienza non sia completamente catturata dentro l’autoreferenzialità del mondo digitale, di togliere le cuffie e accendere le casse perché urlare, ballare, cantare e riprodurre la propria musica in pubblico significa esserci.

You make me feel mighty real (tu mi fai sentire potentemente reale) cantava Sylvester nel 1979 autore di uno dei brani più celebri della disco music di quegli anni. Afroamericano, uno dei primi artisti dichiaratamente gay e queer, attivista del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, Sylvester si esibiva in abiti femminili e cantando il falsetto: ci ha insegnato che il dancefloor è uno spazio politico, è ora di riprenderselo e di tornare potentemente reali.

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