Prendere il mare

3 Agosto 2026
Illustrazione di Luca Dalisi

All’inizio dell’anno scolastico Zakaria, che preferisce firmarsi con solo il nome, in uno dei primi cerchi di presentazione, con il poco vocabolario di cui dispone, se ne esce con queste parole: “Ciao, mi chiamo Zakaria, 22 anni. Vengo dal Marocco. Prima città Fnideq, poi Ceuta. Dieci chilometri. Ceuta due mesi poi Spagna, Francia e adesso Italia. Ora vivo in Bologna, lavoro come meccanico. Mi piace nuotare.” Quando ci rendiamo conto che ci sta cercando di dire di essere arrivato in Europa a nuoto, per qualche istante il cerchio si ammutolisce. Il racconto dettagliato l’abbiamo raccolto nei mesi successivi, in una lunga chiacchierata realizzata con l’aiuto Dhahbia Zoubaier, una nostra ex studentessa tunisina, oggi mediatrice culturale. (TB)


Pieno controllo

Quando ho deciso di partire, ho pensato subito che l’unica via possibile per me era il mare. Volevo un mezzo di cui avere pieno controllo. Dal Marocco è molto difficile, quasi impossibile, ottenere un visto per l’Italia. D’altra parte viaggiare con il gommone o la barca costa moltissimo, e poi bisogna pagare degli intermediari che molto spesso prendono i soldi e poi non ti fanno nemmeno partire. Per non parlare dei rischi che si corrono nei paesi da cui partono le barche. Per me è stato chiaro fin da subito che l’unico modo di entrare in Europa era prendere il mare a nuoto.

Ho preso la decisione di lasciare il Marocco durante l’ultimo anno di superiori. Vivevo in una famiglia povera di un quartiere popolare di El Jadida che si chiama Ghorba. Quando la gente capisce che vieni da lì difficilmente ti offre qualche occasione.

Nonostante tutta la mia famiglia lavorasse, sono cresciuto in un contesto dove non c’erano reali possibilità di cambiamento. Anche io ho iniziato a lavorare fin da ragazzino: come muratore, come imbianchino, come addetto alle pulizie. E contemporaneamente studiavo.

Ma poi, improvvisamente, mentre frequentavo l’ultimo anno a “Bir Anzarane”, un istituto superiore di scienze della vita e della terra, ho capito che per me non c’erano alternative: dovevo prendere la maturità, la patente di guida e poi andarmene dal Marocco. Ci pensavo già da diversi anni, tutti i giovani marocchini ci pensano. Con Soufiane ne parlavamo spesso. Anche lui, come me, non riusciva a immaginarsi un futuro a El Jadida. E così, un giorno, quando io avevo 21 anni e lui 20, abbiamo deciso di partire insieme.

Da El Jadida, la meta più vicina per entrare in Europa è Ceuta, una città spagnola in territorio marocchino. Se riesci a entrare a Ceuta è come se tu fossi arrivato in Spagna e puoi fare domanda d’asilo. Con il certificato che ti rilasciano hai diritto di prendere un traghetto e andare in Spagna regolarmente. Il problema è che Ceuta è una città blindata, circondata da una barriera di ferro alta sei metri e lunga circa otto chilometri, in gran parte sormontata da filo spinato.

Molti ragazzi di El Jadida sono entrati in Europa come me, arrivando a Ceuta a nuoto. È una cosa rara, ma non eccezionale. Tanti ragazzi ci provano. Qualcuno viene fermato prima di buttarsi in acqua o quando è già in mare; qualcuno purtroppo non ce la fa. Pochi mesi prima che io partissi è morto un ragazzo della mia città nello stesso tratto di mare che ho attraversato io. Probabilmente ha perso la rotta. Si chiamava Yassin Al-Dazaz, aveva 17 anni. Il suo corpo è stato ritrovato dopo molti giorni sulle coste dell’Algeria. A rendere più drammatica la cosa, il fatto che l’Algeria, per ragioni politiche, non vuole restituire il corpo del ragazzo.

Tutti quelli che decidono di andare a nuoto, sanno già quale rotta devono tenere. C’è un passaparola che dura ormai da diversi anni e tutti conoscono esattamente le tappe, la direzione, le correnti da cui guardarsi. Riuscire a farlo però è un altro paio di maniche.


Preparazione

Quando io e Soufiane abbiamo deciso di tentare la traversata a nuoto, abbiamo iniziato ad allenarci insieme. Non avevamo un programma preciso. Andavamo a nuotare quattro volte alla settimana. Giocavamo sulla distanza e sul tempo. La prima volta un chilometro o giù di lì, la volta dopo un tratto un po’ più lungo e così via, fino a quando non siamo arrivati a sei chilometri. Sapevo che la distanza che dovevamo coprire per arrivare a Ceuta era di circa dieci, dodici chilometri, ma dopo due mesi di allenamento, quando sono arrivato a sei chilometri senza faticare troppo, ho capito che ero pronto. Quando hai fatto sei chilometri, se il mare è tranquillo, non è un problema farne altri sei.

La via del mare funziona così: arrivati a Fnideq, l’ultima città marocchina prima del territorio spagnolo, si entra in acqua e si nuota al largo per cinque o sei chilometri, in direzione del mare aperto. La guardia costiera e probabilmente altre agenzie di controllo perlustrano il tratto di mare vicino alla costa, per questo bisogna andare al largo. Arrivati a cinque, sei chilometri dalla costa si cambia rotta e si punta a nord, verso Ceuta, che è una piccola penisola orientata verso il centro del Mediterraneo. Fnideq e Ceuta disegnano una specie di angolo retto, tu in mare fai altrettanto, in maniera speculare, come se completassi i lati di un invisibile quadrato.

Il mare

Sono nato e cresciuto a El Jadida, una città costiera a sud di Casablanca, dove tutti hanno molta confidenza con il mare. Il mare a El Jadida è un prolungamento della terra. Io non ho mai preso lezioni di nuoto, però il mare è sempre stato lì, parte della città, come per qualcuno lo è una piazza, una strada o un parco.

Non c’era giorno che non passassi un po’ di tempo al mare. L’acqua è sempre fresca, è l’acqua dell’Atlantico, ma con un po’ di allenamento si riesce a fare il bagno tutto l’anno. Anche quando non andavo a nuotare, andavo a guardarlo, per parlargli, per raccontargli i miei casini. Qualche volta andavo a pescare, soprattutto durante il Ramadan. Le ore del Ramadan possono essere molto lunghe e al mare passavano più velocemente.

È stato mio fratello Yassine a insegnarmi a nuotare. Io avevo 12 anni e lui 20. Mi ricordo bene. Erano in quattro, lui e altri tre suoi amici. Mi hanno portato al largo su una tavola da surf e poi a un certo punto mi hanno detto “Adesso torna a riva!” Non ho avuto paura. Yassine era lì vicino a me, che mi controllava. Se fosse successo qualcosa era pronto a intervenire. Quella è stata la prima volta che ho nuotato nell’acqua alta.


La rincorsa

Quando ho deciso di partire non ho detto niente a nessuno, nemmeno a Yassine. A saperlo eravamo solo io, Soufiane e Mohammed, il mio migliore amico. La mia famiglia non ha saputo niente fino a quando non siamo arrivati a Ceuta. Non ho detto niente perché i miei non mi avrebbero mai fatto partire, non solo a nuoto, ma neanche con la barca.

Ho sei fratelli, io sono il settimo. Quattro maschi e tre femmine. Per ora io sono l’unico ad aver lasciato il Marocco. Adesso vivo in Italia con mio cognato. Mia sorella dovrebbe arrivare tra poco per ricongiungersi con lui.

Non avevamo fissato una data precisa. In quei giorni controllavo il meteo per capire quando il mare sarebbe stato calmo. Poi un giorno, mentre giravo con la moto, ha iniziato a piovere e ho capito che era il momento buono per partire. La pioggia ci avrebbe aiutato a viaggiare senza farci notare troppo.

Allora ho chiamato Soufiane e gli ho detto: “Andiamo, oggi si va!”. Lui mi ha detto che non era pronto. Ho dovuto insistere. Alla fine si è preparato, è venuto da me, abbiamo preso le borse e siamo partiti. Mentre uscivamo di casa con le borse in mano, la mamma si è accorta dei nostri movimenti e mi ha chiesto dove andavamo. “All’hammam”, le ho risposto d’istinto. “Ma se hai appena fatto la doccia?”. Non gliel’ho mai chiesto, ma secondo me mia madre ha capito subito cosa stessi facendo. Quando siamo usciti, ci ha seguito a lungo con lo sguardo.

Per arrivare a Fnideq la strada è lunga. Abbiamo fermato un taxi, siamo andati alla stazione e abbiamo preso una corriera per Casablanca, e da lì a Tétouan. A Tétouan, per spezzare il viaggio, abbiamo passato la notte in un parco. Poi la mattina abbiamo fatto colazione e con un taxi siamo arrivati a Fnideq.

A Fnideq abbiamo preso una camera d’albergo lungo la spiaggia, per aspettare il momento giusto. Il giorno dopo siamo scesi a controllare il mare e a vedere se c’erano pattugliamenti. Ma il mare era mosso e allora abbiamo deciso di rimandare. Siamo tornati in albergo, abbiamo passato lì un’altra notte e la mattina ci siamo svegliati con la pioggia. Siamo scesi in spiaggia, abbiamo visto che non c’era nessuno in giro, né controlli, né polizia e ho pensato un’altra volta che la pioggia era una benedizione. A volte la pioggia tiene calmo il mare e lontani i poliziotti.

La spiaggia di fronte all’albergo era troppo frequentata. Il punto in cui dovevamo buttarci era a venti minuti più a nord. Quando siamo partiti, a piedi, avevamo la muta sotto i vestiti, che ingombrava un po’ i movimenti. Pioveva, la strada era scivolosa, il passo nervoso… Dopo pochi metri sono inciampato e sono finito per terra. Soufiane mi ha guardato. Non sapevamo se ridere o preoccuparci: non eravamo nemmeno arrivati alla spiaggia e già c’era un primo incidente. Troppa adrenalina.

Quando siamo arrivati in un punto in cui non passava nessuno, abbiamo tolto la giacca, i pantaloni e le scarpe e abbiamo buttato tutto in un cespuglio. Con noi avevamo solo il telefono, avvolto nel cellophane e infilato dentro a un palloncino, e le pinne. Avevamo nascosto le pinne sotto la giacca. Da quelle parti la polizia è abituata a controllare movimenti come i nostri e se avessero intravisto le pinne ci avrebbero sicuramente fermato.

Avevo anche degli occhialini con me, ma non li ho usati perché il mare da quelle parti è pulito, e poi era notte e non avrei visto niente lo stesso. Non avevamo torce o altre luci, troppo rischioso. Era ottobre, l’acqua era fredda.

Non me lo dimenticherò mai: era il 14 ottobre del 2024. Alle 19.30 siamo scesi dall’albergo, siamo andati al mare, siamo rimasti a guardare un po’ l’acqua, e verso le 20.30 abbiamo fatto il salto.


Pensieri nel buio

È facile perdersi di notte, quando sei in alto mare. Io e Soufiane nuotavamo vicini, se ci fossimo allontanati anche di pochi metri, ci saremmo persi sicuramente. Nuotavamo lentamente, un po’ per risparmiare energia un po’ per non farci sentire dalle guardie.

Quando sei al largo, l’unico mezzo per orientarti sono le luci di Fnideq e quelle di Ceuta. L’importante era che non ci fosse la nebbia. Tanti si perdono nel mare quando c’è la nebbia. Il ragazzo che è stato recuperato in Algeria probabilmente si è smarrito a causa della nebbia. Lui continuava ad andare dritto, ma la costa non arrivava mai. Non oso immaginare cosa sia passato nella sua testa quando si è reso conto di aver sbagliato direzione…

Durante la traversata la paura più grande era che Soufiane non ce la facesse. E poi che ci beccassero quando eravamo ancora in acque marocchine. Se ti prendono prima di arrivare a Ceuta, ti sbattono su un pullman e ti lasciano in qualche città lontana, come Merzouga o Beni Mellal, a volte verso il deserto del Sahara, senza soldi, senza vestiti e senza telefono.

Ci sono tre correnti pericolose al largo di Fnideq. Prima di buttarmi, avevo imparato a usare un’app che ti mostra lo stato delle correnti, la loro direzione, la loro intensità. La parte più difficile del viaggio è l’inizio, i primi due o tre chilometri, perché fino a quella distanza ti possono beccare, o possono vedere i tuoi movimenti da lontano e inseguirti con i gommoni in mezzo al mare. Dopo, gli unici pericoli sono le correnti e la nebbia.

Ci siamo buttati in acqua quando il sole era già tramontato e siamo arrivati dopo mezzanotte. Era tutto completamente buio, non ho visto niente durante la traversata. Mentre eravamo vicini alla costa ho litigato con dei gabbiani. Probabilmente pensavano che fossimo dei rifiuti galleggianti o dei pesci. Volavano in continuazione sulle nostre teste. Quando si avvicinavano, io spruzzavo un po’ d’acqua, ma non volevo fare troppa confusione, perché avevo paura che qualcuno ci sentisse. Per il resto era tutto nero.

Mentre nuotavo, pensavo solo a Soufiane. Probabilmente avrei fatto un viaggio più sicuro senza di lui. Soufiane era un po’ lento, meno in forma di me, ho dovuto seguire i suoi ritmi, controllare che non fosse in difficoltà, che non si facesse prendere dal panico. Per un po’, quando eravamo a El Jadida, avevo pensato di partire senza dirgli niente, di andare da solo. In tanti mi hanno detto che è stato rischioso andare con lui. Ma Soufiane è un mio caro amico e dopo tutti i discorsi, le fantasticherie, l’allenamento non mi andava di lasciarlo in quel modo.

La prima cosa che abbiamo visto quando siamo arrivati a Ceuta erano le montagne che circondano la città. Quando siamo usciti dall’acqua, abbiamo preso un sentiero che saliva e la cosa buffa è che abbiamo incontrato subito due ragazzi marocchini. Ceuta è piena di marocchini. Ci hanno aiutato, ci hanno portato degli asciugamani, dei vestiti, del cibo, e ci hanno indicato come arrivare nelle strutture di accoglienza.

La prima cosa che ho fatto è stata chiamare i miei e il mio amico Mohammed, l’unico che sapesse davvero quello che stavo facendo. Prima di partire avevo deciso di dirlo a Mohammed perché se fosse successo qualcosa a me e a Soufiane qualcuno avrebbe potuto avvertire i miei. All’inizio la mia famiglia non ha creduto che fossi arrivato a Ceuta. Al telefono la mamma diceva: “Dai, torna indietro. Se non sei ancora saltato in acqua, torna indietro.” Era molto agitata. Allora le ho passato i due ragazzi marocchini, un po’ per tranquillizzarla, un po’ per farle capire che ero arrivato veramente a Ceuta ed era tutto a posto.


Harraga

Quando sono partito da El Jadida non avevo una meta chiara in testa, ma arrivato a Ceuta ho sentito mio cognato al telefono che mi ha detto di andare a stare un po’ da lui. Il 17 dicembre ho preso una nave e ho lasciato Ceuta. A Ceuta avevo guadagnato un po’ di soldi per arrivare a Siviglia. Dopo Capodanno sono andato a Madrid, poi a San Sebastian, sui Pirenei, infine in Francia, prima a Bordeaux poi a Lione. Sono rimasto una notte a Lione, poi sono entrato in Italia. Da Milano a Bologna e da Bologna a qui. Macchina, BlaBlaCar, treno, pullman… 2500 chilometri in tutto.

Soufiane non ha proseguito il viaggio con me. Siamo rimasti insieme fino a Ceuta, ma poi lui ha deciso andare in Spagna e di fermarsi lì. Lui in Italia non ha nessun contatto, mentre la Spagna è piena di El Jadida. El Jadida è in Spagna!

Mai, in nessuno momento, ho pensato di tornare indietro. Ero troppo arrabbiato per tornare indietro. Arrabbiato con El Jadida e con il Marocco. E poi l’allenamento, i sacrifici per comprare la muta, il senso di vergogna che gli altri ti buttano addosso per non essere riuscito a portare a termine l’impresa, la famiglia che non mi avrebbe più fatto ripartire… No, la possibilità del ritorno non l’ho mai presa seriamente in considerazione.

Nessuno si aspettava questa cosa da me, tutti mi vedevano come un bambino, un bambino un buono ed educato. Nessuno si immaginava che avrei fatto il viaggio in queste condizioni. È stata una sorpresa per tutti. È strano: se fossi tornato indietro, mi avrebbero considerato un perdente, adesso che sono in Europa, tutti mi vedano un po’ come un eroe. Eppure sono la stessa persona, sia che fossi tornato indietro, sia che fossi morto in mare, sia, come poi è stato, che fossi arrivato a destinazione.

C’è una parola in marocchino che definisce quello che ho fatto e che fanno tantissimi ragazzi: harraga. È impossibile da tradurre. Non si può usare harraga per qualcuno che arriva in modo legale, con un visto, un contratto o un decreto flussi. Dentro la parola harraga c’è il verbo “bruciare”. Qualcuno la traduce con “clandestino”, qualcuno con “bruciare la frontiera”. Per me dietro alla parola harraga c’è una persona forte, su cui puoi fare affidamento.

Ma anche tra chi arriva in barca e chi arriva a nuoto c’è una grande differenza. Quelli che vengono a nuoto hanno un obiettivo chiaro in testa, una strada che sono loro a disegnare, un viaggio di cui, tolta l’imprevedibilità del mare, vogliono avere il pieno controllo.


Dichiarazioni raccolte dalla redazione. Traduzione di Dhahbia Zoubaier

Illustrazione di Luca Dalisi

Touki Bouki

Touki Bouki

Articolo scelto dalla redazione.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere

Sempre dritto

Una storia di lavoro e di amicizia

Amica e collega

Hakeem Omotoyosi nel ricordo di Patrizia Salmi.

Per Hakeem

Con queste parole i maestri della Scuola Frisoun hanno ricordato

Suole di vento

Da una piccola città di provincia del Burkina Faso (Nouaregou)

Stàm atèinti e alvèli

"Stiamo attenti e leviamoli", sottinteso "i batacchi", è la frase