Proprio loro, come nel titolo di un film di Zavattini e De Sica del 1942 che varrebbe la pena di recuperare. I bambini ci guardano, anche nei tre film che abbiamo proiettato a beneficio degli studenti della scuola Frisoun all’inizio dell’estate, terminati i corsi di Italiano, tra le attività programmate allo scopo di salutarci e prima di perderci di vista fino alla riapertura autunnale.
C’è un arbitrario nesso tematico che ha guidato la selezione dei titoli da proiettare: tre film che raccontano esperienze di viaggio fatte da bambini. I bambini sono protagonisti ma i film sono destinati a un pubblico adulto, e perciò si innesca quella sorta di tropo o di tensione perturbante: il sospetto che durante la visione i bambini ci restituiscano uno sguardo e che ci consegnino un giudizio più o meno esplicito sul mondo che attraversano, che è purtroppo il mondo delle nostre responsabilità, della nostra tenebrosa imbecillità, del nostro fallimento personale e collettivo. Davanti agli occhi del bambino c’è l’oltraggio, come nella fiaba di Andersen, dell’imperatore che si mostra nudo e idiota.
Potremmo portare molti esempi di questo tropo dello sguardo infantile: dallo sguardo muto del piccolo Pricò nel già citato film di De Sica a quello disperato di Antoine Doinel nel fermo immagine finale di Les quatre cents coups di Truffaut (1959), fino allo sguardo médusant, che letteralmente uccide, dei bambini di Village of the damned di Wolf Rilla (1960), o quello melanconico della piccola Ana, l’attrice Ana Torrent, nel Cría Cuervos di Carlos Saura (1976), che mentre fissa in macchina dice semplicemente: que se muera. Lo dice al papà e lo dice all’immondizia franchista. Bisogna pensare che la piccola Ana, il personaggio ma anche l’attrice Ana Torrent, in quel momento ha otto anni.
Questi titoli che ci vengono in mente hanno un’altra cosa in comune: appartengono alla modernità cinematografica, ovvero, a grandi linee, lo sviluppo che a partire dagli anni ‘40 ha visto il cinema, come le altre espressioni umane captate dall’industria culturale, mostrarsi progressivamente più consapevole di sé come apparato testuale e come processo linguistico, risemantizzando stilemi e tecniche delle sue origini e delle avanguardie, abbandonando – a volte con strappi clamorosi – il naturalismo ingenuo e la vocazione a presidiare l’illusione di realtà in favore di scelte stilistiche marcate, che non temono di far percepire il dispositivo in opera. Fra queste scelte, anche il ricorso più frequente allo sguardo in macchina che abbatte la quarta parete al cinema.
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