Ci guardano – La morte corre sul fiume

28 Luglio 2026

Quella che segue è la seconda parte di un articolo su alcuni film visti insieme agli studenti e alle studentesse della Scuola Frisoun sul tema dei “bambini in viaggio”. QUI la prima parte.

Nel primo film proiettato a scuola lo sguardo in macchina non appartiene ai bambini ma è quello dell’attrice anziana Lillian Gish, autorizzata a questa scelta recitativa marcata dal suo status di vecchia gloria del muto – non diversamente da quanto fa la collega Gloria Swanson alla fine di Sunset Boulevard di Billy Wilder. Lillian Gish ci guarda nel prologo e nell’epilogo, conferendo al testo una struttura ad anello e presentandosi come volto e voce dell’istanza del narratore. Si impegna a raccontare un orribile fatto di sangue in una lingua comprensibile ai bambini stessi. C’è questa dialettica dell’innocenza, che anche Truffaut, tra i primi a riconoscere i meriti del film, ha sottolineato. Il film è tratto dall’omonimo romanzo nero di Davis Grubb. L’autore ha rielaborato una vicenda giudiziaria del suo tempo che vedeva coinvolto un uxoricida seriale. L’edizione italiana del libro (1953) e del film (1955) è intitolata La morte corre sul fiume. Non si potrebbe immaginare irruzione più spregiudicata della modernità nel panorama delle produzioni hollywoodiane degli anni ’50. Poche grandi case all’epoca si spartivano il mercato nella forma di un oligopolio piramidale, controllando la produzione, la pubblicità e la distribuzione, imponendo agli esercenti di proiettare i propri film in esclusiva. Per evitare che comitati civici o parrocchiali potessero condannare l’immoralità delle storie rappresentate provocando boicottaggi e mettendo a rischio i loro investimenti, le major incorporavano anche un sistema di autocensura codificato, noto come Codice Hays, dal nome di un produttore che ne era stato il primo estensore. Va da sé, pietra angolare di questo codice era la difesa a oltranza delle istituzioni civili e religiose della società nordamericana. Arriva Charles Laughton con The Night of the Hunter e ci fa subito capire che questo sistema è al suo crepuscolo. I bambini protagonisti sono continuamente minacciati dalla follia e dal sadismo che sono veicolati dal complesso delle istituzioni: mamma e papà, la polizia, il tribunale, la chiesa evangelica. Gli adulti sono dementi, psicopatici, usi al crimine, all’alcolismo, proclivi al linciaggio e ad atteggiamenti estatici molto disturbanti. Abitano in squallidi villaggi nel bacino dell’Ohio, durante la Grande Depressione. Il film tratta anche, con garbo ma senza nulla nascondere, i complessi sessuali che rendono ancora più miserabile la vita di queste persone nell’oscurità delle loro case. La stilizzazione è estrema, antinaturalistica, ad oggi la più riuscita elaborazione filmica del cosiddetto gotico americano. Il viaggio dei bambini protagonisti è una fuga per non essere uccisi, un esodo – le storie della Bibbia sono l’unico retroterra comune nell’immaginario di personaggi che spesso parlano da soli, chi con il suo dio, chi con i cari estinti, chi nel sonno, o guardando in macchina. Con questo film, Charles Laughton ci presenta la nemesi dei film frizzanti e spensierati degli anni ’30 che il filosofo Stanley Cavell ha definito come “la commedia del rimatrimonio”, in un fortunato saggio intitolato appunto Pursuits of Happiness. The Hollywood comedy of remarriage. La mamma si risposa, sì: con un pazzo pericoloso armato di coltello. Insomma, è un film molto bello, l’unico diretto da Charles Laugthon, a cui comprensibilmente nessuno ha più permesso di girarne altri.

(Continua…)

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