Stàm atèinti e alvèli

"Stiamo attenti e leviamoli", sottinteso "i batacchi", è la frase con cui uno dei campanari dà il segnale agli altri per iniziare a suonare. Adriano, 18 anni, e la passione per le campane.

Le campane sono tutte diverse e quindi ogni campana suona diversamente. Dipende tutto dalla grandezza, dall’età, dalla lega e dalla tecnica con cui sono costruite. E infine da come sono montate e, come diciamo noi campanari, se sul campanile c’è dell’onda: capita che in alcuni campanili le campane producano delle oscillazioni così forti che sembra ci sia un terremoto. Mentre suoni senti distintamente il campanile che si muove avanti e indietro, al ritmo delle campane.

Non è mio padre che mi ha spinto a suonare, sebbene lui sia campanaro da tanti anni. Anzi, quando intorno ai dieci anni ho iniziato a chiedergli di suonare, mi ha detto che ero troppo piccolo per arrivare alla spalliera. Ho iniziato a suonare qualche anno più tardi, nel novembre del 2016, quando andavo in seconda media. Anzi, nel 2016 ho iniziato a muovere le campane che non vuol dire ancora suonarle, perché all’inizio impari soltanto a muovere la campana tenendo il battaglio legato. Una volta che hai imparato il movimento, la cosa più complicata è farla suonare a tempo, in sintonia con le altre campane. La prima suonata che ho fatto a battaglio slegato è venuta malissimo. Mi ricordo come fosse ieri, era la sera del 31 agosto 2017, nel campanile di Villa Bianca, sulle colline tra Castelvetro e Marano.

Ho 18 anni, sono nato a Modena. Quest’anno mi iscrivo al quinto anno del Fermi, indirizzo chimico e voglio cominciare a guardarmi intorno per l’università. Mio padre è italiano, mia madre polacca. La città dei miei nonni è Breslavia, detta Wrocłav. Fino a prima della guerra era tedesca e i confini erano diversi. D’estate ci torno sempre volentieri. Mi piace esplorarla, scoprire angoli nuovi, anche se adesso non c’è più l’imprevedibilità dei primi anni.

Nonostante la cadenza modenese indelebile, parlo piuttosto bene il polacco, non il polacco aziendale o quello letterario, ma il polacco della quotidianità. Quando vado a Breslavia, sembro quasi un autentico polacco. A me piace la mia doppia identità e credo che i genitori dovrebbero sempre insegnare ai figli la linguamadre perché è una risorsa e non parlo solo delle lingue più diffuse, ma di ogni lingua parlata nel mondo.

Faccio parte dell’Unione campanari modenesi, una delle tante associazioni di campanari italiane. L’associazione italiana con il maggior numero di iscritti è l’Unione veronese. Per dare un’idea, se a Modena siamo circa novanta iscritti, comprese alcune mogli dei campanari, l‘Unione veronese ne conta oltre duemila.

Ogni anno facciamo un raduno nazionale che dura due giorni. Vado ai raduni da quando avevo dieci anni. Sono occasioni per suonare, ma soprattutto per ritrovarsi e stare insieme. Nei raduni è facile trovare anche campanari inglesi, perché in Inghilterra c’è una grande tradizione.

Come dicevo, quando inizi a imparare a muovere le campane, leghi il battaglio perché altrimenti fai solo casino. Bisogna imparare a sentire l’oscillazione della campana in relazione alle altre. È questa la cosa più complicata. Non c’è una teoria, non si studia niente, vai lì, fai pratica e impari a posizionarti tra le altre campane con il battaglio legato.

I movimenti della campana durante la suonata hanno vari nomi: la scappata, il doppio e quando vieni giù la calata. Tra la scappata e la calata ci sono diversi doppi. Un campanaro chiama la suonata, e tutti quelli che hanno la campana “in piedi” sanno cosa devono fare. Solitamente si suonano quattro campane: la grossa, la mezzana, la mezzanella e la piccola. Può capitare di suonarne anche cinque, ma è più raro. Io di solito suono quella piccola, ma ogni tanto provo anche le altre.

Io non so fare ancora le tirate o tirabasse. Con la tirabassa sei sempre in basso, tiri poco; la piccola, la mezzana e la mezzanella tirano poco però vanno molto veloci e la grossa sta ferma perché questa suonata è così veloce che chi suona la grande prende solo il battaglio e lo tira manualmente.

Le campane di Recovato, quelle dove solitamente proviamo, sono un po’ più piccole della media e non hanno un suono molto allegro. A volte nei campanili ci sono campane dove per suonare la grossa serve più di una persona. Di solito è il ciappo che tira la corda, ma se la campana inizia a essere pesa ci vuole anche il ciappetto, che tira dall’altra parte. Se poi è molto grande, ci vogliono anche i travaroli, che quando la campana “si alza in piedi”, la tengono ferma. A Bologna, nella cattedrale di San Pietro e nella basilica di San Petronio, le campane sono così grandi che oltre ai travaroli ci sono anche i cosiddetti calciatori, che calciano la campana per aiutarla a scendere. E non bisogna soffrire di vertigini perché sei appeso là in alto, con tutto il campanile che ti trema intorno. Uno dei più bei campanili che ho suonato è quello di Montecenere, vicino a Lama Mocogno.

Uno dei ricordi più belli che ho è la suonata che ho fatto nel giugno del 2018, in occasione del raduno nazionale, che quell’anno si teneva a Norcia. In piazza c’erano centinaia di persone ad ascoltare e devo dire che è stato davvero emozionante.

La cosa che temo di più è che la campana si ribalti. Se tiro troppo poco la corda – si dice che mi fonda – non riesco a portarla “in piedi”, mi casca all’indietro. Se invece tiro troppo, mi prilla, cioè fa tutto il giro e allora devi stare sotto la spalliera e non avvicinarti alla campana perché può essere pericoloso. Devi aspettare di rimpossessarti del ciappo e poi controllarlo.

Con i campanari dell’Unione provo due sere alla settimana, per un paio d’ore. E ogni tanto chiediamo l’uso del camion del Frignano, con le campane istallate dentro, e con quello possiamo andare a suonare in giro, per matrimoni, feste, sagre… principalmente occasioni religiose. Ma i campanari non fanno discriminazioni: se a uno piace suonare ed è ateo, è il benvenuto lo stesso.

Adriano davanti alle campane di Recovato

1 Comment

  1. Bravo Adriano, mio padre era campanaro e anch’io sono cresciuta al suono delle campane. In prossimità delle gare si preparavano anche con schemi su di un quaderno dove venivano scritti tutti i suoni in sequenza che alla sera studivano a memoria.
    Mio padre mi ha portato a volte sul campanile di Panzano e Recovato. Avrò avuto otto anni.
    Hai fatto una bellissima descrizione di questa attività, mi hai fatto emozionare.
    Grazie.
    Claudia Prandini

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