Cos’è un’assemblea dei soci? Dipende. Può essere una bega formale che un’associazione deve espletare per poter esistere – doppia, finta, convocazione, approvazione del bilancio, verbale da caricare sul Runts e bla bla – oppure il momento in cui una piccola comunità di intenti si incontra per trovare nuovo slancio, nuove idee, per discutere delle cose buone fatte nell’ultimo anno, di quelle meno riuscite, dei conflitti e delle opportunità in mezzo a cui ha operato. La forma, la burocrazia hanno una loro funzione fondamentale, ma altrettanto fondamentale è cercare di tenere insieme forma e sostanza.
Il 17 aprile scorso ci siamo ritrovati, vecchi e nuovi soci di Giunchiglia-11, per discutere insieme di quello che abbiamo visto nell’ultimo anno dalla prospettiva della Scuola Frisoun. Quelle che seguono sono alcune delle informazioni e delle considerazioni condivise in quell’occasione, che sintetizziamo qui a uso degli amici che ci seguono da lontano. Le foto che illustrano queste note speriamo restituiscano un po’ dell’atmosfera fervida e conviviale che caratterizza spesso le assemblee di Giunchiglia-11. Un’ottantina di persone, giovani e adulte, provenienti da mezzo mondo, alcune si frequentano e continueranno a farlo, altre sono solo di passaggio, molte, anche se non la vivono nella quotidianità, considerano la Scuola Frisoun e la comunità che raccoglie intorno a sé la cellula di un modo diverso di fare società. E la sostengono perché sperano che questa cellula riesca a contagiare un po’ il mondo che le sta intorno.











I numeri non rappresentano l’attività associativa solo dal punto di vista quantitativo perché dietro ad ogni numero c’è una persona. E dietro ad ogni persona una storia. Le persone che risultano iscritte a metà aprile sono 239, ma nel frattempo altre hanno chiesto un appuntamento per iscriversi. Numeri di una certa rilevanza, sia dal punto di vista relativo (gli iscritti sono triplicati negli ultimi 10 anni, passando dagli 88 del 2016 agli attuali 239), sia assoluto (rispetto ai residenti stranieri di Nonantola, all’incirca 1700).
Se poi si aggiunge il fatto che la Scuola Frisoun non è obbligatoria, non rilascia attestati, né certificati di lingua necessari all’ottenimento del permesso di soggiorno lungo o della cittadinanza e che le persone arrivano per conoscenza diretta e passaparola, non su invio di scuole o servizi sociali, il dato risulta ancora più rilevante: i servizi che si occupano della promozione e non dell’emergenza, gli utenti solitamente se li devono andare a cercare.

Negli ultimi cinque anni le iscrizioni singole, senza considerare cioè quelle di chi ha frequentato più di un anno di scuola, sono state 584. Considerando il numero complessivo degli stranieri residenti a Nonantola, oltre al fatto che attraverso gli studenti la scuola intercetta spesso anche figli, genitori, parenti e amici, è probabile che in questi cinque anni la Scuola Frisoun abbia incontrato, conosciuto e in alcuni casi costruito relazioni significative con una buona parte dei residenti stranieri di Nonantola: un enorme lavoro di consolidamento del tessuto sociale, di prevenzione del disagio, dell’esclusione e della devianza. Difficile trovare servizi pubblici che, in proporzione al numero dei residenti, abbiano una conoscenza così capillare e relazioni così radicate con il proprio territorio.
Degli iscritti di quest’anno all’incirca metà sono uomini, metà donne. I minori sono in tutto 54, 28 dei quali neoarrivati e inseriti nei gruppi di lingua di adulti e i restanti frequentanti il gruppo degli adolescenti.

Le nazionalità presenti a scuola quest’anno sono 32. Le più rappresentate: Marocco, Tunisia, Bangladesh, Ghana e Pakistan. Ogni anno poi il quadro complessivo delle iscrizioni rispecchia con un buon grado di approssimazione una parte delle crisi economiche e politiche che interessano diversi angoli di mondo: come nel caso degli studenti tunisini, aumentati improvvisamente a partire dal 2023 in concomitanza della profonda crisi che ha colpito il paese in quel periodo; o come la comparsa, per la prima volta quest’anno, di studentesse georgiane, tutte occupate come badanti, il cui progetto migratorio è in parte riconducibile agli effetti destabilizzanti che il prolungamento della guerra in Ucraina sta avendo nei paesi di quell’area; o ancora come l’aumento di studenti provenienti dall’America Latina, che ha preceduto di pochi mesi le notizie che poi hanno iniziato ad arrivare dal Venezuela e da Cuba.

I corsi attivati quest’anno sono 7, di cui 2 avviati a gennaio grazie alla raccolta fondi natalizia che ha consentito di accogliere un’ottantina di persone rimaste in lista d’attesa. Le note, non fosse per la vitalità contagiosa che si incontra a scuola, sarebbero dolenti considerando che a oggi, i corsi che saremo in grado di far ripartire a settembre sono solo tre, due di adulti, finanziati dal Comune, e uno di adolescenti finanziato con l’8Xmille della Chiesa Valdese: i numeri, dicevamo, in dieci anni sono triplicati ma le risorse rimangono sempre quelle. Tranne quelle che ogni anno ci arrabattiamo a elemosinare con bandi, progetti e raccolte fondi…

Oltre ai corsi, tutto ciò che non ha nome e che è difficile quantificare: in tempi e spazi diversi da quelli didattici, le maestre e gli amici della scuola provano a offrire qualche risposta agli squilibri, ai conflitti, alle piccole e grandi oppressioni che gli studenti portano quotidianamente a scuola. O rispondendo direttamente, quando possibile, o inviando le persone ai servizi che possono dare una risposta ai loro bisogni. E soprattutto cercando di ricucire quanto è slabbrato nella relazione tra le persone e tra i servizi. Ma sempre cercando di trasformare in questioni politiche i problemi dei singoli, restituendole in varie forme ai servizi, all’amministrazione e alla cittadinanza.
Il lavoro di prossimità non è “essere buoni”, non è “farsi commuovere dalle difficoltà degli ultimi”, non è “voler bene agli studenti”. Molto più concretamente è l’impegno dell’organizzazione a trovare un buon compromesso tra le esigenze dell’organizzazione stessa e i bisogni delle persone con cui lavora. Questo occuparsi, nei limiti del possibile, di questioni che esulano dal mandato principale del servizio che rimane l’insegnamento della lingua, ma bypassando le quali anche l’insegnamento della lingua risulterebbe inefficace, è quello che Giunchiglia-11 chiama lavoro di prossimità.
Questo sforzarsi di sperimentare soluzioni inedite ai problemi e ai conflitti che si incontrano, sulla base delle situazioni e delle persone reali che si hanno di fronte, è una cosa che le istituzioni fanno sempre meno preferendo comprimere le persone dentro confini definiti dalle procedure, dalla tecnologia digitale, dalla burocrazia. E con questo perdendo per strada la dimensione pubblica del servizio, che significa “ben fatto” (cioè efficace) e “per tutti”.

I nodi conflittuali che osserviamo più frequentemente negli ultimi anni alla Scuola Frisoun (oltre a quelli “storici” mai del tutto affrontati della precarietà del lavoro e di una condizione giuridica che spesso non consente di esercitare una piena cittadinanza) sono da un lato l’estrema difficoltà a reperire affitti dignitosi e a prezzi proporzionati allo stipendio, difficoltà che si riflette sulla possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno e su quella di ricongiungersi a mogli, figli e mariti; dall’altro l’improvvisa accelerazione della burocrazia digitale dei servizi pubblici che genera l’esclusione di fasce sempre più ampie di popolazione oltre che uno spreco impressionante di tempo, intelligenza e umanità (oltre che di capacità di organizzare buoni servizi) in chi si trova da una parte e dall’altra del pc. A questo è da aggiungere l’eclatante affanno di una scuola pubblica che, nel suo complesso, nega a un numero sempre maggiore di studenti stranieri un effettivo diritto all’istruzione. E lo fa in modi nascosti e subdoli: inserendo i ragazzini stranieri neoarrivati in una classe, a volte due, inferiore rispetto all’età; orientandoli sistematicamente verso istituti professionali senza tener conto di doti, desideri, capacità effettive di ognuno; escludendoli e rendendoli dei fantasmi alle scuole medie (il fenomeno della cosiddetta dispersione interna); rifiutandogli l’iscrizione alle superiori se neoarrivati o falciandoli in grandi quantità in fase di scrutini.
È passato un anno esatto dall’ultima assemblea dei soci di Giunchiglia-11. Un anno che sappiamo bene come è andato. Non so se risulta evidente anche a chi legge, ma lo sforzo dell’associazione, sul piano teorico e politico, va in due direzioni: da un lato non rassegnarsi al fatto che lo stato di emergenza in cui ci troviamo costantemente immersi determini il nostro passo, dall’altro sforzarsi di mostrare le connessioni tra lo stato d’emergenza in cui si trova il mondo e quelle in cui si trova Nonantola. Lavorare bene sulle seconde è l’unico modo che conosciamo per tentare di incidere (esageriamo?) anche sulle prime.
Nonantola, 17 aprile 2026


