È cominciata così

Un piccolo african market nel cuore di Nonantola, le persone che ci lavorano, gli acquirenti, le relazioni che nascono intorno al negozio: Hakeem Omotoyosi nel ricordo di Pat Ahmed.
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Ho conosciuto Hakeem un giorno di dieci anni fa, fuori dalla Western Union di via Torre, che oggi non c’è più, dove gli stranieri andavano a telefonare o a spedire soldi a casa. Sono entrata, ho fatto quel che dovevo fare e quando sono uscita ho visto due ragazzi che parlavano tra loro. Uno dei due mi ha rivolto la parola in inglese e mi ha detto: “Sorella, tu sei ghanese o nigeriana?” Io gli ho detto che erano fortunati perché ero metà e metà. Ed era vero. Sono nata a Kumasi, in Ghana, ma mio padre è nigeriano. È per questo che ho sia amici ghanesi che nigeriani, mentre di solito ghanesi e nigeriani non vanno molto d’accordo tra di loro. Quando ero ragazzina seguivo sempre mio padre che viaggiava tra il Ghana e la Nigeria per vendere auto e così ho imparato anche lo yoruba, la lingua parlata da quei due ragazzi.

Uno di loro si chiamava Hakeem. Mi ha spiegato che erano arrivati da poco in Italia, che erano sbarcati a Lampedusa, dopo un viaggio difficile, e che adesso erano in una casa del Comune, ma che non avevano soldi per telefonare. Allora ho dato 10 euro a ciascuno perché chiamassero le loro famiglie. Quando sono usciti abbiamo chiacchierato ancora un po’, mi hanno raccontato come vivevano, mi hanno detto che stavano bene, ma che erano stanchi di mangiare sempre pasta al sugo. Allora ho chiamato mio marito, mi sono confrontata con lui, gli ho spiegato la situazione e lui mi ha detto di invitarli a casa così quel giorno avremmo pranzato insieme. Gli ho fatto il semolino, il purè e altre ricette del nostro paese ed erano molto contenti. Mio marito li ha invitati a tornare anche i giorni seguenti. La mia amicizia con Hakeem è cominciata così.

In poche settimane è diventato un pezzo della nostra famiglia. Osservando come parlava e come si comportava, ho capito subito che Hakeem era una brava persona, calma e responsabile. In quel periodo lavoravo come operaia a Ravarino, alle “Conserve della nonna”, e facevo degli orari strani. Allora poche settimane dopo averlo conosciuto, gli ho dato una copia delle chiavi di casa, così se facevo tardi, Hakeem andava avanti a preparare per tutti.

E poi l’abbiamo invitato a venire nella nostra chiesa a Modena. Si chiamava “Christ Embassy” e si trovava in viale Caduti sul lavoro. La chiesa era guidata da una pastora di nome Anita e anche lì Hakeem si è fatto subito voler bene. Dopo poco tutti i bambini lo conoscevano e a lui piaceva giocare e cantare con loro.

Anche io sono entrata un po’ nella sua vita. Quando abitava da me, un giorno mi ha passato una persona al telefono. Era uno dei capi libici con cui lavorava quando era là. Una persona che continuava a sentire perché l’aveva aiutato molto quando viveva in Libia. È con lui che Hakeem aveva imparato un po’ di arabo, ma io non capivo niente e l’ho solo salutato e ringraziato. E poi, qualche anno dopo, ho conosciuto anche una parte della famiglia di Hakeem, perché una volta che sono scesa in Nigeria e lui non poteva tornare a casa perché era ancora in attesa della risposta alla sua domanda d’asilo, mi ha dato dei vestiti e delle scarpe che ho portato a sua mamma a Lagos.

Quando Hakeem ha ottenuto un permesso ed è uscito dall’accoglienza, è venuto da me e mi ha chiesto una mano per trovare casa. Non aveva ancora un lavoro stabile, era giovane, single e nero… oggi è quasi impossibile trovare casa in queste condizioni, ma anche allora non era facile. Dato che dopo il terremoto ci eravamo trasferiti in una casa più grande in via Copernico, l’abbiamo invitato a stare con noi per un po’ e alla fine c’è rimasto quasi due anni, fino a quando i suoi capi della “Special formaggi” non l’hanno aiutato a trovare una casa in affitto proprio sopra l’azienda dove lavorava allora. Il primo anno è stato nostro ospite, poi quando ha iniziato a lavorare ci dava una mano con l’affitto.

Hakeem aveva solo un difetto: era molto testardo. Un difetto che l’ha aiutato in tante situazioni difficili, ma che lo portava ad arrabbiarsi spesso con chi non era “dritto” e trasparente come lui: la madre e i parenti in Nigeria, che gli chiedevano in continuazione soldi, i suoi coinquilini, i suoi amici… Quando era arrabbiato non ascoltava nessuno, ma è anche vero che dopo due o tre giorni gli passava quasi sempre. Anche a me qualche volta è capitato di fare da paciere tra lui e le persone con cui si arrabbiava.

Dopo che è andato a vivere da solo, piano piano ci siamo allontanati e ci vedevamo raramente. Quando era bel tempo, gli piaceva stare seduto sulle panchine di via Vittorio Veneto, vicino all’abbazia. Un giorno l’ho visto lì e gli ho detto: “Mi offri un caffè?”. Mi ha raccontato che era stato in Nigeria, che aveva avuto problemi a tornare perché era scoppiato il Covid e avevano chiuso gli aeroporti e che era a casa dal lavoro perché non stava bene. Ho provato a capire meglio, ma quando aveva dei problemi, non amava parlarne e non voleva che le persone gli stessero addosso. Preferiva dire che andava tutto bene. Quando ho saputo che aveva ricominciato a lavorare, ero più tranquilla, ma poi un giorno, sarà stata quest’estate, l’ho visto in centro, davanti alla farmacia. Era dimagrito moltissimo, tanto che subito non l’ho nemmeno riconosciuto, e aveva con sé una bombola d’ossigeno. Ma anche quella volta mi ha detto che andava tutto bene… È stata l’ultima volta che l’ho visto.

Sono in Italia da 25 anni e da circa 8 gestisco l’African shop di via Roma. In questi anni sono cambiate tante cose. La mia figlia più grande, che aveva un titolo di studio come infermiera ma che qui non le hanno riconosciuto, è tornata a vivere a Kumasi, la nostra città. Qui in Italia ho avuto altri due figli e il più grande, che fino all’anno scorso mi aiutava in negozio, adesso lavora in un’agenzia immobiliare. Io e mio marito abbiamo divorziato e in negozio non c’è più nessuno ad aiutarmi. E adesso che anche Hakeem non c’è più mi sento un po’ più sola.

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