Illustrazione di Luca Dalisi

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Qualche volta, e sempre più spesso, le norme diventano strumenti per scartare gli indesiderati.

Non sappiamo se sia questo il caso di Roberto Gonzales, 59 anni, di origine argentina, morto per le strade di Modena nella notte tra il 12 e il 13 ottobre. Certo la sua condizione sembrava paradossale. Incastrato tra l’Italia, dove non poteva soggiornare regolarmente dal momento che le impronte per il permesso di soggiorno doveva prenderle il giorno in cui è stato portato in carcere, e l’Argentina, dove diceva di non voler tornare, è morto nel limbo in cui la legge (quella del diritto e quella del mercato) l’avevano confinato.

Lo ricorda Paola Cigarini, del Gruppo Carcere-Città, in una lettera che sa più del grido di dolore per la perdita di una persona cara che della denuncia per una società sempre più incapace di riconoscere gli obblighi che ha nei confronti di ogni essere umano. (TB)



No, non è possibile morire sulla gradinata del nostro ex ippodromo, ex Piazza d’armi ora Novi Sad!

Non è possibile e difficile è sostituire il dolore e la rabbia con altro che sia consolazione o pietà. No, rabbia e basta soprattutto quando quella persona era stata un tuo amico, una persona che si era fatta voler bene anche in carcere, sì in carcere perché da lì era uscito a metà agosto senza documenti, quindi “invisibile”. O “indesiderato” sarebbe meglio dire!

Eppure… su quelle gradinate dove tutti da bambini almeno una volta abbiamo giocato saltando su e giù, su quegli alti gradini aveva trovato amici fidati perché nessuno avrebbe toccato le sue cose che si era ordinatamente sistemato in uno scatolone e in un pesante zaino che si portava sempre dietro. E proprio uno di loro a metà settembre, una notte, lo aveva sentito affannato, e subito aveva chiamato i soccorsi. Ictus, questa la diagnosi. E dalle analisi altri problemi, come un cuore malato, sofferente. Certo il cuore di Roberto soffriva per le ultime vicende della sua vita non ancora risolte. Lui non sapeva di avere un cuore malato. Glielo hanno scritto nella lettera di dimissioni dopo tre giorni di ospedale. Si chiedeva di attivare un percorso di aiuto sul territorio. Ma dove? A Modena no perché non risultava nessuna residenza a Modena, a Vignola neppure (la sua ultima residenza). In fondo si reggeva in piedi e non ci sono fondi per aiuti di cura che non siano per situazioni di estrema gravità.

Così bisognava tornare sui gradini del Novi Sad. Non è il solo che passa la notte sui gradini o sulle panchine, forse è per questo che vengono tolte. Ma il cemento che è là su in alto, lontano da molti sguardi, può essere giaciglio di una umanità in cerca di speranza.

A noi volontari la cosa non piaceva. Vedere le fragilità e curarle è il nostro compito. Ma in quel momento c’era bisogno anche della cura del corpo. Un albergo, purtroppo per poco tempo, ma poi solo la tribuna e tanti momenti insieme per cercare di raccogliere i pezzi di un’esistenza da ricostruire. Roberto, l’argentino, non si lamentava mai. Sempre disponibile all’aiuto e senza mai pretendere. Accettava con gioia ciò che gli veniva offerto: il teatro in carcere, la partecipazione alle iniziative culturali fuori, come il Festival filosofia, con la speranza che l’ingiustizia che caratterizza il nostro mondo non possa essere l’ultima parola.

Non portava rancore verso chi gli aveva girato le spalle, mai una parola contro.

Ora, solo il dolore.

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