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Cominciamo dalla fine.

Compio cinquant’anni quest’anno e se mi guardo alle spalle il tempo lo misuro in luoghi e persone. In capitoli scritti in lingue, dialetti, lettere e caratteri diversi. In case abitate da nuove scoperte e vecchie nostalgie. Con confini come muri. Ora chiusi. Ora aperti. Ora varcati. E con pavimenti fatti di radici, relazioni ed esperienze.
Come una chiocciola la casa me la sono portata sulle spalle, ed insieme a me è cresciuta e si è modificata nel tempo, nello spazio e nella sua essenza.
Casa. Ecco, in questi cinquant’anni mi sono accasata numerose volte, e su questo ho deciso di riflettere e ricercare.

Home. Belonging. Identity.
Su questi argomenti ho scelto di puntare la lente d’ingrandimento, per metterne a fuoco gli aspetti più noti e quelli più intimamente riposti. Quelli comuni a tanti e che corrono su binari paralleli e quelli singolari, che viaggiano lungo un binario unico…Tramite cui approfondire la mia lettura personale di quello che per me è, ed è stato, “sentirmi a casa” durante le numerose tappe di questo lungo viaggio.
Così è nato “il progetto” che mira ad intervistare stranieri che vivono ad Enschede, mia città di residenza nei Paesi Bassi. Storie, ricordi, ponti, parole. Scritte nelle lingue d’origine, in quella del paese ospite e in quella passepartout, l’inglese. Per raggiungere tutti. Per esprimerci, esporci e farci conoscere. E per spiegare che lungo il percorso noi cambiamo, ci moltiplichiamo, assumiamo identità diverse, sia successive che contemporanee, e che l’adattamento culturale si ottiene pagando un prezzo, a volte esoso.
L’obiettivo finale è una mostra ed un libro.

Canale navigabile a Leeuwarden, Paesi Bassi

Enschede è casa da tre anni, la frequentiamo da circa sei o sette.
Simbolicamente Enschede ci rappresenta bene. Città di confine, ultima città olandese prima della Germania, Enschede sembra assomigliarci un po’, sempre alla fine di qualcosa e sul punto di cominciarne un’altra.
Non è grandissima, ma è densa. Di culture, di università, di teatri. Qui ci siamo fermati per permettere ai nostri figli di frequentare una scuola internazionale, non sapendo con certezza quanto saremmo rimasti in questa zona e dove saremmo andati successivamente.
Le scuole internazionali sono anch’esse una casa. Dove si vive con persone affini seppur diseguali, uniti da quel che accomuna individui diversissimi tra loro ma tutti a loro volta ospiti della stessa cultura, altra. Le scuole internazionali sono il noi, e al di fuori di esse c’è il loro.
In questo ambiente è facile per i nuovi arrivati essere inclusi da subito, perché tutti, studenti, genitori e spesso gli insegnanti, veniamo da altrove, spesso molti altri dove. E ne conosciamo il significato. E nessuno è poi tanto diverso, perché tutti lo siamo un po’. A casa si parlano una o due lingue principali e mozziconi di altre quando serve. Spesso i genitori non provengono dallo stesso Paese e tutti viviamo in un terzo. E celebriamo giornate e momenti che appartengono ad un’altra cultura e al nostro passato, o al presente dei nostri amici-ospiti, ma che ci portiamo dentro in giro per il mondo.

Spesso ci si trova ad esistere in un limbo.
Non sei in Italia ma non sei neanche in Olanda. Non sei (solo) italiano perché hai dovuto (e anche voluto) lasciar andare tanto per poter fare spazio al nuovo, ma non sei olandese perché per poterlo essere dovresti spogliarti di tutto il resto e provare, cercare di nascere (di) nuovo.
La tua identità, che un tempo vedeva coincidere passaporto, luogo in cui vivevi e lingua che parlavi, si modifica, si fa di sostanza poliedrica e disomogenea.
Di che nazionalita’ sei? Italiana, ma non solo. Where are you from? Originally from… but…
Enschede ci ha accolti come un divano comodo e versatile, incline ad essere utilizzato da corpi di fatture diverse e variamente posizionati.

Castello barocco di Ahaus, Germania

Ahaus, il paesino tedesco in cui abbiamo vissuto i tre anni precedenti, ci ha ricevuti come un divano di stile classico, a volte un po’ rigido ma sicuramente pratico, sul quale i nostri corpi si sono adagiati in totale sicurezza.
Arrivavamo, profughi emotivi, dagli Stati Uniti. La Germania era Europa. Significava un ritorno alle origini, ma allo stesso tempo un nuovo inizio in un posto nuovo. Un po’ come andare a visitare un distant relative, con cui puoi avere un senso di familiarità ma senza esserne intimamente legato. Con una relazione ancora tutta da forgiare.
La Germania, oltre che vissuta di per sé, l’abbiamo vissuta come la porta d’ingresso all’Europa. Un’Europa che contrastava con la maggiore omogeneità e uniformità della lingua e del pensiero rispetto alle nostre esperienze americane e australiane, e che ci ha permesso di tuffarci comodamente e in profondità in questa ritrovata ricchezza.
Ad Ahaus non abbiamo messo radici, ma sparso i semi e visto germogliare qualche rapporto importante.
Con i nostri padroni di casa per esempio, che ci han preso sotto la loro ala curandosi di facilitare al meglio possibile la nostra permanenza.  Come dei mentors ci hanno offerto consigli, assistenza e contatti per navigare questo nuovo territorio, impresa estenuante quando devi ricominciare come sempre da zero, e come spesso in un luogo di lingua diversa. Ecco, più che farci sentire a casa, loro sono stati casa per noi. Nel senso di accoglienza, di sostenimento, di supporto.
Una casa di mattoni e cemento. Solida. Che è sempre lì ogni qualvolta vogliamo tornarci.

Un altro rapporto che è sbocciato cogliendomi di sorpresa è quello sviluppatosi tra me e la mia classe di studenti di italiano. In passato avevo solo insegnato Inglese come lingua straniera, e quando mi è stato proposto di insegnare Italiano ne sono rimasta turbata. L’inglese lo avevo studiato, come insegnarlo lo avevo imparato, era la mia lingua quotidiana, quella del lavoro, quella dell’amore, quella delle maggior parte delle mie relazioni. L’italiano invece era contemporaneamente la pelle con cui nasci ed un abito di cui ti sei svestito e hai abbandonato su una sedia. Tornando a rispolverarlo ogni tanto, magari indossandolo per una serata speciale, ma poi restituito al suo stato e che con il tempo, si è opacizzato, ha assunto un aspetto trasandato, non più fresco e vibrante.

Ho accettato con riserva, ma questa manciata di ore settimanali sono diventate gradualmente cospicue… Perché ho dovuto sforzarmi di esserne all’altezza, perché ho scoperto l’Italia dagli occhi di chi la ama pur non essendoci nato o vissuto, perché mi sono riavvicinata alla sua letteratura e al suo pensiero, perché dopo tanti anni trascorsi altrove il tuo rapporto con l’Italia cambia e spesso non in positivo, ma riscoprirla in questa veste di messaggero ti costringe a ritrovarne, tra le altre cose, anche la bellezza.
Ecco, insegnare italiano mi riporta settimanalmente a casa.
La casa natale, quella bella e accogliente, la casa del passato e dei ricordi. Con l’arrivo in Europa la disarmonia tra noi e il Paese ospite, che aveva caratterizzato gli anni di vita americana, è prontamente sfumata.

Michigan Avenue Chicago, Stati Uniti

Gli anni americani. Ripensandoci a distanza di tempo the United States never stood a chance. Non dopo la rivoluzione che sei anni di Cina ci avevano scatenato dentro.
Quando abbiamo lasciato la Cina pensavamo di essere pronti. E credevamo che dopo esserci adattati a vivere lì e averne goduto appieno la permanenza, gli Stati Uniti sarebbero stati una passeggiata. Pensavamo che non avendo la barriera linguistica gli ostacoli culturali sarebbero stati più facilmente attraversabili, o stringere relazioni sarebbe stato meno macchinoso.

In realtà la nostra esperienza americana è stata come un divano in vetrina, accattivante allo sguardo e comodo alla prova, ma che dopo un paio di settimane d’uso già si rivela una scelta sbagliata, in totale dissonanza con chi lo deve usare e che pur mantenendo un aspetto di avvenenza e piacevolezza, rimane inesorabilmente inadatto, inadeguato ed alieno. Alien. Da stranieri, negli Stati Uniti siamo diventati alieni.

Eppure, nella gerarchia delle identità auspicabili noi, bianchi di discendenza europea e lingua inglese, avremmo dovuto sentirci benvenuti in una città a prevalenza bianca, fortemente religiosa e con un livello generale di educazione medio-alto. Avremmo dovuto sentirci accomunati, non alienati. L’appartenenza non si costruisce nè accumulando caratteristiche comuni nè raggruppandosi in base a quello che non si è. Ma, piuttosto, con una molto più complessa elaborazione di quello che viene interiorizzato nel tempo e nello spazio. E i nostri precedenti scambi e appartenenze ci avevano plasmato in modo tale da non essere più unicamente incastrabili in quel modello, in superficie, più simile a noi.

Alien ended up being, in fact, the most fitting definition. Alieni, un’altra delle nostre multiple appartenenze.
E quei tre anni americani, che avrebbero dovuto essere ricerca e scoperta, sono finiti col diventare un dolorosissimo, lento, forzato distacco dall’identità che mi ero creata negli anni cinesi. Un lutto inaspettato. Una traumatica riduzione della mia persona.
Eravamo atterrati a Chicago dopo quasi sei anni di Cina.

Una Cina che avevamo respirato e assimilato con tutti i nostri sensi. Che avevamo scoperto con occhi insieme curiosi e ignoranti, ora sbirciata ora scrutata, ammirata e schernita, annusata e respinta, a volte appena tollerata altre volte voracemente ingurgitata. E con nostra grande sorpresa, il luogo in cui ci aspettavamo di sentirci totalmente estranei, ci ha gradualmente accolto e fatto sentire a casa.

In Cina sei un Laowai (老外) e non è necessario dirlo. Se per un momento lo dimentichi te lo ricordano gli sguardi dei passanti. Nelle moltitudini delle folle, ti senti contemporaneamente minuscolo e visibile. La tua lingua è straniera, ai più incomprensibile ma allo stesso tempo unicamente distinguibile.
Ma la diversità esteriore non ha finito col coincidere del tutto con una distanza interiore.
La Cina ci entrava dentro ad ogni passo. E ad ogni incursione lasciava un segno.

Ai piedi di un altissimo grattacielo a forma di stappabottiglia, da cui si potevano osservare minuscole vite laboriose. Lì stazionava un vecchietto dal viso accartocciato che, allestiti una sedia impagliata e uno specchio, appeso alla meno peggio ai rami bassi di un albero, maneggiava un pettine e un paio di vecchie forbici per tagliare i capelli ai passanti.
O nella “casa delle tre sorelle” (in realtà quattro), che accoglieva orfani infanti con malformazioni congenite in una palazzina di tre piani di fattura molto essenziale, arredata in gran parte grazie a donazioni di oggetti di seconda mano, ma che custodiva preziosamente un’incubatrice perfettamente funzionante.
Che a sua volta ospitava un dono ancor più prezioso.

Il passato, il presente e il futuro si materializzavano, si alternavano e si intersecavano davanti a noi ogni volta che mettevamo piede fuori casa.
Come animali in muta, in un atto inconsciamente liberatorio, abbiamo via via perso strati della nostra precedente identità rinascendo in una nuova pelle.
Avrebbero dovuto essere quindici mesi ma si sono trasformati in sei anni di vita vissuta in un rapporto di osmosi la cui assenza, una volta trasferiti negli Stati Uniti, ci ha svuotati e devastati. Avevamo preso e avevamo dato e, come ho capito solo dopo, abitare lo spazio di questo scambio significava per me essere a casa.

Baia di Sydney, Australia

Mi sono trasferita in Australia all’età di 26 anni, combinando la condivisione di un progetto di vita con mio marito, il sogno di fare della mia vita un viaggio e la necessità di trovare un luogo dove potermi sentire a casa. Per molti aspetti l’Australia è stata la risposta a queste esigenze, e la mia prima esperienza di acculturazione. Che a mia sorpresa si è snodata in due direzioni diverse: una alquanto prevedibile, l’altra meno.

Mio marito è figlio di italiani, born and bred in Australia, come usa definirsi. Con una grande famiglia estesa, originaria del sud Italia, in cui mi sarei aspettata di riconoscermi in loro senza troppi sforzi. Invece ho da subito realizzato che esistevano differenze sostanziali che partivano dalla cristallizzazione delle tradizioni italiane avvenuta in Australia, mentre l’Italia che mi aveva visto crescere aveva inesorabilmente continuato la sua corsa. Finendo con l’assomigliare molto più all’Australia contemporanea che all’Italia “tramandata” in cui mi ero ritrovata.
Di conseguenza il mio processo di adattamento si è svolto su due piani paralleli: da una parte apprendendo le norme e i valori specifici della cultura australiana, principalmente tramite le mie esperienze e il mio ambiente di lavoro. Dall’altra, auto definendo la mia’ italianità in opposizione a quell’identità un po’ diluita (così almeno la vedevo con gli occhi illibati di chi non era mai uscito di casa) che riscontravo nella comunità italiana stabilitasi in Australia ormai da qualche decennio.

Per certi versi mi sono scoperta molto più vicina agli australiani della mia generazione che agli italiani doc di una generazione più vecchia della mia, e ho ingenuamente ed invano cercato di proteggere questa mia italianità’ “completa e pura”, da influenze e contaminazioni. Paradossalmente, esattamente come avevano fatto i miei predecessori qualche decennio prima.

E quella bastardizzazione della lingua italiana che inizialmente mi aveva fatto sorridere stranita, facendomi chiedere perché non si potesse parlare solo italiano o solo inglese, invece di questa poco digeribile mistura, ho imparato col tempo essere una necessità e un trucco abilmente escogitato dal nostro cervello. Per gli ibridi che vivono contemporaneamente due mondi linguistici diversi, il sincretismo linguistico è più riposante, più veloce, e sempre efficace.

Durante gli anni australiani ho cominciato a capire che per poter esistere in una cultura diversa, dovevo rinunciare a qualcosa. O scambiare una cosa per un’altra. Assimilare e combinare realtà distinte in una principale che mi permettesse di convivere con l’ambiente circostante. Che il tentativo, un po’ superbo, di eternare la mia italianità così com’era al mio arrivo sarebbe stato isolante, e avrebbe alzato muri. Ho intuito che sentirmi a casa poteva assumere significati diversi, e che “casa” non sarebbe mai più stata la stessa.

Ancora Sidney, Australia

E arriviamo all’inizio. L’Italia.
Ad un certo punto della mia adolescenza avevo cominciato a percepire casa mia sempre meno come il mio luogo di appartenenza e sempre più come il posto che mi era stato, casualmente, assegnato.
Con lo studio delle lingue, la vita veneziana, i viaggi all’estero e i contatti internazionali, il viaggio si è successivamente definito come necessità. E poi per fortuna trasformato in realtà.

Essere Italiani all’estero è quasi sempre un privilegio. Piacciamo. Siamo Europei. Siamo bianchi. Abbiamo il sole. E paiono essere dei meriti.
L’aura del cibo e dell’arte poi, ci tramuta in illustrissimi ambasciatori del nostro Paese. E in questo caso si, qualche merito ce l’abbiamo.

Ed ecco che d’un tratto fuori casa diveniamo esperti di cucina, di vino, di caffè, di viaggi e di città d’arte. Poi, a seconda degli eventi, con e senza merito o demerito personale, ci troviamo ad essere i destinatari dei complimenti, e talvolta dello scherno, dei nostri ospiti.
Penso alla compassione e al cordoglio espressami all’inizio della pandemia, quando l’Italia primeggiava in un ambito in cui sarebbe stato preferibile arrivare ultimi.
Ma penso anche ai tempi in cui la parola italiana più esportata era bunga bunga, rigorosamente accompagnata da risatine ironiche e suggestive strizzatine d’occhi.

Quanto ad oggi, mi preparo ad assorbire i colpi dei recenti eventi politici. È curioso che, come italiani all’estero, la nostra identità venga magnificata ed arricchita di pregi e responsabilità che però, individualmente, non ci appartengono. Mentre quando come emigrante rientri in Italia, sembra che come tale tu “non capisca più”, “non sappia veramente”, “non ti possa rendere conto” di quello che significa vivere oggi in Italia. Perché la tua italianità può apparire stemperata dalla lunga assenza, allungata… un po’ come ‘l’imbevibile espresso che osa riempire tutta la tazzina”.
Italiano all’estero e straniero in Italia. È vero.

Come è similmente vero che negli anni ho guadagnato una prospettiva pluridimensionale, a bird’s eye view che mi permette di osservare l’Italia con la distanza necessaria a vedere quello che a volte, quando si è troppo vicini, ci rende ciechi.

Il viaggio.
Il viaggio è quella cosa che mentre pensi di esplorare terre straniere, denuda l’estraneo che è in te.

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