Incontri poetici

25 Maggio 2026

L’ultimo libro di poesie che ho letto si intitola Il loro grido è la mia voce, e raccoglie poesie di giovani palestinesi – uomini, donne, alcuni e alcune assassinati di recente nell’assedio di Gaza da parte degli israeliani. Curato da tre giovani italiani, è un libro tragico, struggente, irato. Se lo cito all’inizio di questo dialogo sulla poesia con voi di Touki Bouki, è perché si tratta, infine e soprattutto, di un libro di poesia; e che in una situazione estrema come quella che vivono i palestinesi oggi ci sia chi senta il bisogno, la necessità, l’urgenza, la bellezza di scrivere poesie, ci dice quanto la poesia sia luce e fuoco, acqua e aria (Dareen Tatour). Qualcosa di primordiale di cui si ha bisogno per vivere e perfino – ce lo ha insegnato Primo Levi – per sopravvivere.

Credo che ogni poeta si chieda che cosa sia la poesia; e so che nessuna risposta è mai esaustiva. C’è sempre qualcosa che sfugge al recinto delle definizioni, ancor più quando si entra nel vasto territorio della poesia novecentesca, ribelle alle forme metriche che l’hanno accompagnata per millenni. Ma forse, ieri come oggi, questa mancanza, questo qualcosa che sfugge è proprio ciò che la consente – un senso di estraneità, del poeta, perfino rispetto alla propria lingua madre.

Nicola Chiaromonte definiva l’attività del pensare come un’estrema sensibilità a ciò che manca nel mondo: un’attitudine eretica a uscire dalla propria appartenenza, dislocandosi altrove – nello spazio, nel tempo. Mi piace pensare che predisponga alla poesia un’attitudine simile a questa, e che la sua forma, il suo sapore, richiamino quel chicco di melagrana che Ade dalle scure chiome infilò con l’inganno fra le labbra della rapita Persefone, affinché una parte di lei appartenesse per sempre al regno dei morti. Scrive Lucia de Marchi, poetessa che ho scoperto da poco e che dialoga bene con la me di adesso:

Io che volevo essere tagliata nella luce
del sole contemplo la mia macchia
di buio nella tazza
il cuore molle e notturno che mi abita.

Sì, volevo andar nella vita come si
va nella danza, esser di seta
e di luce volevo
e mi tocca combattere con la notte.

Miriadi di cose abitano questo buio
questa fetta oscura nella
mia tazza di cristallo.

Il pianeta che preferisco è la luna
così generosa con chi non ha vinto
la battaglia.

A prova del suo essere estranea e straniera, la poesia è molto esigente in fatto di ascolto, di attenzione. Breve o lunga che sia, non si concede mai a una lettura veloce, superficiale, a volo d’uccello, come dicono alcuni. Esige il nostro tempo perfino, o soprattutto, quando brevissima, come questo verso di Amelia Rosselli

Cercatemi e fuoriuscite

Non che non vada bene sorvolarla, una prima volta, come si farebbe dall’alto con un territorio sconosciuto. Ma prima o poi bisognerà atterrarvi sopra, passare cautamente fra le parole, soffermarsi lungo i bianchi silenzi, scrutare gli a capo, le punteggiature, e infine anche ascoltarla, perché nulla cambia quanto la poesia quando ritorna alla sua ancestrale origine per farsi canto, voce vibrante attorno alla quale si crea il silenzio. Una giovane amica che dichiara di non essere portata per la poesia, di non capirla e di non amarla, mi dice sempre, quando capita che se ne legga una ad alta voce: questa l’ho capita! Mi piace! Non è una regola, ma è un fatto che voce e poesia vanno d’accordo. E se capita di essere in più d’uno, e ci si avventuri nell’ascoltarla nei timbri delle diverse voci, si potrà godere non solo delle eventuali rime e di tutte le sonorità e significati in essa nascosti, ma anche della sua capacità di diventare eco delle parti più profonde di ognuno di noi. Quindi leggere, leggere più volte, leggere ad alta voce, leggere ancora! Non un altro testo, sempre lo stesso, perché qualcosa ancora sfugge.

Questo modo di leggere, che da qualche tempo definisco lettura profonda, l’ho appreso grazie agli studenti di origine straniera a cui per una decina di anni ho provato ad insegnare la lingua italiana – dico provare non per piaggeria ma perché ci si appropria di un’altra lingua in modi e vie personalissimi, soprattutto se la nuova lingua non è quella che si studia da ragazzini, fra una materia e l’altra, ma quella obbligata da un costante stato di necessità, dove l’amore e l’odio per le nuove parole stanno costantemente a braccetto, come due facce della stessa medaglia.

Avevamo l’abitudine, le mie colleghe ed io, di restituire agli studenti i loro testi ribattuti a macchina in forma di poesia, ovvero andando a capo spesso, aumentando le pause, provando a dare rilevanza ad ogni frase, ad ogni parola. Ed ecco che in bella forma sui fogli bianchi i testi tornavano nelle mani estranei anche per coloro che li avevano scritti, e la rilettura diventava un nuovo percorso, che richiedeva continui approfondimenti. Così, ogni foglio passava di mano in mano – a volte si era quindici, altre dieci, altre venti – e ogni volta che veniva letto, cambiava: ognuno aveva difficoltà o abilità diverse, e ognuno trovava parti di sé in specifiche parole o frasi dello scritto, e a quelle dava diversa rilevanza.

L’esercizio di rilettura si rivelò utilissimo anche a noi insegnanti, perché se non ci si fa prendere dalla smania della “lingua corretta” e si ribatte il testo con le sue stranezze e bizzarrie, il linguaggio inizia a piegarsi, ad assumere nuove forme, e le singole parole acquisiscono nuovi significati. Ma a pensarci bene, non è proprio questo quel che fa la poesia alle parole? Liberarle dai lacci, offrircele nuove come fazzoletti stesi al sole, e non come uno dei tanti stracci con cui soffochiamo il nostro bisogno di pensare.

Un’altra poetessa che ho scoperto da poco è Mary Oliver, molto nota negli Stati Uniti – i suoi libri si trovano spesso sui tavoli all’ingresso delle librerie. È stato subito un amore a “seconda vista” (il mio inglese non è proprio comodo, come diceva uno studente dell’italiano che voleva per sé), credo dovuto al fatto che sfogliando i suoi testi, soffermandomi sui titoli, mi pareva di veder correre fra le parole d’erba grassa uccelli, cavalli e, soprattutto, cani, a cui erano dedicati libri, odi, preghiere.

Se adesso vi parlo di Mary Oliver è perché ho la sensazione che la poesia trovi un buon posto dentro di noi quando si incontra il poeta giusto per il momento di vita che si sta attraversando. In un momento in cui avevo un fortissimo bisogno di un cane, con grande gioia ho incontrato The poetry teacher:

The university gave me a new, elegant
classroom to teach in. Only one thing,
they said. You can’t bring your dog.
It’s in my contract, I said (I had
made sure of that).

We bargained and I moved to an old
classroom in an old building. Propped
the door open. Kept a bowl of water
in the room. I could hear Ben among
other voices barking, howling in the
distance. Then they would all arrive -
Ben, his pals, maybe un unknown dog
or two, all of them thirsty and happy.
They drank, they flung themselves down
among the students. The students loved
it. They all wrote thirsty, happy poems.

Ogni volta che la leggo, nel mio inglese imperfetto e forse proprio per questo utile alla lentezza e al dubbio, rimango esterrefatta di quante emozioni riesca a trasmettermi. Mi pare di vederla, questa Mary Oliver che non c’è più, poetessa indifferente alle lusinghe del nuovo e dell’elegante come pure alle pozze che certamente Ben e gli altri cani avranno fatto attorno a quella ciotola d’acqua, posta magari ai piedi di una lavagna – sarà un certo cinema americano a farmi immaginare la vecchia aula come un anfiteatro bianco e marrone? Sia come sia, immagino anche i parrucconi dell’università, la puntigliosità delle regole inutili, il disappunto d’un’offerta rifiutata. E dall’altra parte gli studenti, certamente all’inizio stupiti, qualcuno magari anche infastidito, ma poi contagiati dall’esplosione vitale di Ben, cane felice che corre fra il dentro e il fuori, nella sicurezza che nulla di brutto può accadere finché la porta rimane aperta. Alla fine, dopo tutta questa baraonda, che cosa scrivono questi studenti stupefatti? Poesie. Poesie assettate, poesie felici.

Potrei addentrarmi adesso in una disquisizione sulla scuola, perché questa breve poesia di Mary Oliver è per me anche un piccolo manifesto di educazione libertaria, ma diventerei ancor più pedante di quanto sempre si diventa quando si cerca di “spiegare” una poesia, ovvero di stenderla sul tavolo e togliervi le pieghe, le zone d’ombra, così come si farebbe con il ferro da stiro su una maglietta stropicciata. È però certo che in ogni scuola, per bambini o per adulti che sia, dovrebbe esserci un angolo – basta un incavo nel muro, un drappo di panno, un tralcio dipinto sulla parete bianca – dedicato alla poesia. Dove, magari, leggere di nascosto Patrizia Cavalli:

Una signora tutta ingombra di se stessa,
Dio, liberami da questa.
E dalle veglie funebri
ai corpi barricati di progetti
e dai confini spinati
dei quartieri morali. Perdo il respiro,
Dio, fatti valere, distruggi i giardinetti
curati e fiorentissimi. Vieni, foresta!

Si dirà: ma i bambini la capiscono, la poesia?

Leggo con una bambina di 7 anni e mezzo Rifugio di uccelli notturni, di Quasimodo:

In alto c’è un pino distorto;
sta intento ed ascolta l’abisso
col fusto piegato a balestra.

Rifugio d’uccelli notturni,
nell’ora più alta risuona
d’un batter d’ali veloce.

Ha pure un suo nido il mio cuore
sospeso nel buio, una voce:
sta pure in ascolto, la notte.

Ne parliamo, la bambina e io. Soprattutto di quel nido del cuore, sospeso nel buio, che sembra averla colpita parecchio. Mi dice che anche lei vuole scrivere una poesia. Le porgo allora il quadernetto che porto sempre nella borsa, proprio per non farmi trovare impreparata in caso di insopprimibile slancio poetico. Lei lo apre, afferra la matita e in un corsivo ampio, di ottocentesca memoria, inizia:

Il battito
delle ali va
veloce

e il pino
protegge il
cielo dalle
nuvole

l’orologio va
veloce e
il sole sorge
e illumina
il bosco.

Bibliografia in ordine di citazione:

Il loro grido è la mia voce, Poesia da Gaza, a cura di A. Bocchinfuso, M. Soldaini, L. Tosti, Fazi, Roma 2025
Lucia de Marchi, Vento che ha fame, CS_libri, Torino 2007
Laura Barile legge Amelia Rosselli, Nottetempo, Roma 2014
Mary Oliver,
Devotions, Pinguin Books, New York 2020
Patrizia Cavalli,
Il mio felice niente 1974-2020, a cura di E. Dattilo, Einaudi 2024
I bambini e i poeti, a cura del maestro Gianni Fa’, Else Edizioni-Orecchio Acerbo, Roma 2024

Traduzione possibile di Mary Oliver

L'università mi offrì un'aula nuova,
elegante in cui insegnare. Solo una cosa,
mi dissero. Non puoi portarci il tuo cane.
È nel mio contratto, dissi (ero
ben sicura di questo).

Abbiamo contrattato e mi sono trasferita in una vecchia
aula in un vecchio edificio. La porta
tenuta aperta. Una ciotola d'acqua
nella stanza. Potevo sentire Ben tra
le altre voci che abbaiavano e ululavano in
lontananza. Poi arrivavano tutti -
Ben, i suoi amici, forse uno o due cani sconosciuti,
tutti assetati e felici.
Bevevano, si gettavano
tra gli studenti. E gli studenti lo amavano.
Tutti scrissero poesie assetate, felici.

Le illustrazioni che accompagnano questo articolo e il numero 24-25 di Touki Bouki sono fotogrammi tratti dal cortometraggio d’animazione Oltre Khashkusha, realizzato alla Scuola Frisoun di Nonantola sotto la guida di Ahmed Ben Nessib nel giugno del 2025.

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