Lieto fine

Prequel e sequel di uno degli articoli più belli di Touki Bouki
9 Maggio 2026

Questa storia nasce come diario di lavoro, ma poi si trasforma, per sua forza intrinseca, in una sorta di racconto di Natale. E come tutti i racconti di Natale ha una fine lieta e inaspettata. Almeno per ora. La protagonista ha un nome che trovo molto evocativo: Aida, da pronunciarsi con l’accento sulla prima “a”, non sulla “i”, come l’omonima protagonista dell’opera verdiana. Aida non è un’eroina romantica, tutt’altro. Preferisce i numeri alle parole, la scienza alle arti. Quando alla Scuola Frisoun organizziamo qualche incontro sulla poesia, quasi sempre declina l’invito con elegante fermezza.

Il lieto fine della storia lo anticipo subito perché mi interessa attirare l’attenzione sulle strane vie che conducono fortuitamente al lieto fine, più che sul lieto fine stesso.

Nel maggio del 2022, dopo più di vent’anni di insegnamento di matematica, Aida lascia la Tunisia, la sua vita, un lavoro che ama molto, prende un periodo di aspettativa non retribuita, e parte per Nonantola, per ricongiungersi con il marito e con le figlie che vivono lì già da alcuni anni.

Sempre apparentemente forte e serena, penso che in realtà Aida fino a pochi mesi fa fosse molto preoccupata per la sua situazione: le rimaneva ancora un anno per trovare un’occupazione retribuita e ricominciare a versare i contributi così da non perdere la pensione tunisina. L’alternativa sarebbe stata lasciare la famiglia, che ormai è ben radicata in Italia, e riprendere servizio in Tunisia. Da settembre di quest’anno invece – ecco il finale lieto e inaspettato – Aida ha ricominciato a lavorare e soprattutto ha trovato un lavoro che le piace molto e per il quale penso sia molto portata.

Questo finale non ha niente di favolistico, se non fosse che in quindici anni di insegnamento non mi è capitato spesso di vedere una donna araba, arrivata in Italia in età adulta, trovare un lavoro coerente alla sua formazione, alla sua esperienza e ai suoi desideri.

Raccontare come Aida ha trovato lavoro mi permette di descrivere un po’ come si insegna italiano alla Scuola Frisoun. Le informazioni che mi consentono di ricostruire questa storia, come scrivevo all’inizio le ho tratte in gran parte dai diari di lavoro di quel periodo.

È il 19 ottobre 2023. Aida è inserita in un gruppo pomeridiano di livello intermedio. È un gruppo piuttosto reattivo, che risponde con curiosità alle proposte e ai piccoli esperimenti didattici che gli sottopongo. Quel giorno, uno dei primi di scuola, decido di imbastire la lezione proprio intorno al tema del “primo giorno”. E per farlo leggo insieme a loro una versione leggermente semplificata dell’inizio del libro Cuore, di Edmondo De Amicis.

Oggi primo giorno di scuola. Sono passati come un sogno i tre mesi di vacanza in campagna! Mi ha accompagnato mia madre questa mattina per iscrivermi in terza elementare: io pensavo alla campagna e andavo con il mal di pancia. Le due cartolerie vicino alla scuola erano piene di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola si riuniva tanta gente che il bidello e il vigile facevano fatica a tenere libero il portone. Vicino al portone, mi sento toccare una spalla; era il mio maestro di seconda, sempre gentile, con i suoi capelli rossi spettinati, che mi dice: “Dunque, Enrico, siamo separati per sempre?”. Io lo sapevo già; eppure quelle parole mi hanno fatto star male.

Parentesi su De Amicis. Cuore viene considerato un libro moralistico, lagnoso e conservatore. E in gran parte lo è. Allo stesso tempo però grazie allo stile semplice e immediato e soprattutto alla simpatia autentica che l’autore prova per i suoi personaggi, la freschezza e l’autenticità dei ritratti e delle vicende narrate riescono quasi sempre a farsi spazio tra lo stucchevole moralismo di fondo che tanto piaceva a genitori e insegnanti. Lo stesso si può dire di alcune sue opere meno conosciute, che rappresentano probabilmente i primi esempi italiani di inchiesta narrativa (oggi diremmo di “non fiction”). Come Il romanzo di un maestro (1886) che descrive i problemi della nascente scuola italiana e in particolare delle sue giovani maestre, arruolate in massa nel giro di pochi anni e costrette a vivere lontano da casa, in contesti dove le abitudini, la lingua, il rapporto tra sessi, erano loro del tutto estranei (l’Italia, come si diceva allora, era ancora tutta da costruire). O come La carrozza di tutti (1899), frutto di una ricerca sul campo che oggi definiremmo etnografica: per dodici mesi esatti De Amicis osserva, annota, ne riporta i discorsi e descrive l’umanità incontrata sulle “carrozze”, trainate ancora dai cavalli, di quindici linee tranviarie di Torino. O infine come Sull’Oceano, di qualche anno prima, che affronta il tema dell’immigrazione italiana in Sud America. Per farlo si imbarca insieme agli emigranti sul piroscafo Galileo, che da Genova è diretto a Buenos Aires, e descrive con partecipazione e grande felicità di scrittura la miseria e la tenacia del popolo dei migranti. Chiusa la parentesi in difesa di De Amicis.

Tornando al 19 ottobre 2023, dopo aver fornito alcune informazioni sull’autore e sul libro Cuore, su come sia stato importante, nel bene e nel male, per la formazione di intere generazioni di bambini italiani, sulla sua diffusione, oggi inimmaginabile, e una volta lette e commentate le prime righe del libro, chiedo a tutti gli studenti e le studentesse di pensare a un loro “primo giorno”: di lavoro, di scuola, di matrimonio, di soggiorno in un paese straniero… a loro discrezione. È questa una struttura che diamo spesso alle lezioni di italiano della Scuola Frisoun: i maestri propongono un testo che funga da stimolo (scritto, video o disegnato che sia) e poi chiedono un racconto biografico, anche brevissimo, sullo stesso tema, con le parole scarse o numerose che si possiedono.

Aida, che è in Italia da circa un anno, di cui sappiamo ancora molto poco, se non le poche informazioni raccolte in sede di iscrizione, quando è il suo turno racconta un aneddoto che rivela immediatamente come abbia compreso bene l’atmosfera di malinconica e preoccupata eccitazione delle prime righe di Cuore, atmosfera che per analogia le fa venire in mente il suo primo giorno di lavoro. Suggerisco di ascoltare e leggere in contemporanea il breve racconto di Aida, prestando attenzione sia alla sua forma che al suo contenuto.

Allora… Ricordo il primo giorno del mio lavoro. Quando sono entrata alla stanza di liceo, ho notato che gli studenti sono tutti più alto che me. Oppure loro, loro, gli studenti, hanno notato che mi sono bassa. Allora non mi interessa, ho cominciato la lezione… No… c’era un studento ha messo gomma de lavagna sopra la lavagna perché io non posso prendo. Allora ho notato queste movimento ma non parlo. Ho scritto la lezione. Ho spiegato bene, ma quando la lavagna è finito, necessario di cancellare. Io ha detto a questo studente “Come ti chiami?” Ha detto “Hicham”. “Bravo Hicham tu è molto concentrato con me. Allora scusa, posso eliminare questa scritta?” È felice. “Tu prendi questa gomma e cancella.”

Se posso pubblicare l’audio e la trascrizione fedele del testo è perché in molti momenti della lezione, e soprattutto durante i “cerchi narrativi”, i maestri registrano sempre, con il loro consenso, la voce degli studenti, così da poter trascrivere le storie raccolte, ragionarci sopra sia sul piano del contenuto che su quello sintattico e grammaticale, e restituirle agli “autori” in forma corretta.

A partire dal testo di Aida, si potrebbero fare molte considerazioni su quella che i linguisti chiamano “interlingua” e che a me viene da pensare come quella lingua che si parla, a volte anche per lunghi periodi della vita, quando si è trovato il coraggio di abbandonare il porto sicuro della propria lingua madre, ci si sta dirigendo verso una lingua seconda, e ci si trova ancora in alto mare. Un modo di esprimersi che a volte è molto efficace e che possiede coloriture poetiche che la lingua “standard”, una volta raggiunta, perderà quasi sempre e quasi del tutto. Un modo di esprimersi che ha tutta la dignità di una lingua, che è già una lingua e non qualcosa che lo diventerà.

Ma insomma, quello che mi preme far notare è la capacità narrativa di Aida, che nonostante la sua diffidenza per le arti, con poche parole e con un vocabolario ancora limitato, descrive in maniera vivida l’emozione, la paura e l’orgoglio del suo primo giorno di insegnamento. Tanto vivida che sembra di vederla entrare dalla porta di quella classe, guardarsi intorno e misurare la sfida cui quei ragazzi, poco più giovani di lei e tutti più alti, la sottoporranno nei mesi a venire.

A scuola vengono fuori spesso nuclei di storie come queste che lasciano intravedere premesse e sviluppi potenzialmente profondi e complessi. Touki Bouki è il contenitore che ogni tanto ci consente di dilatare questi nuclei per trasformarli in veri e propri racconti.

Così è successo a questo brevissimo aneddoto di Aida. In quel periodo stavamo conducendo un’indagine sulla Tunisia, una “piccola inchiesta non trasferibile”, come Angela Zucconi definiva gli “studi di ambiente” necessari a qualsiasi intervento di carattere sociale e educativo: l’aumento improvviso del numero di studenti che provenivano dalla Tunisia o che da lì transitavano per arrivare in Italia ci aveva spinto a indagare, attraverso le storie di vita di alcuni nostri studenti, l’origine di quel sommovimento improvviso che spingeva e spinge tante persone a mettersi in viaggio alla ricerca di migliori condizioni di vita. Se qualcuno volesse farsene un’idea trova il frutto di quell’indagine QUI.

Ammaliato dalla forma di quel breve ricordo del suo primo giorno di insegnamento, ho pensato che Aida potesse essere una testimone interessante e inusuale per la nostra inchiesta. E così io e le mie colleghe l’abbiamo intervistata a lungo, abbiamo sbobinato integralmente l’intervista, l’abbiamo tagliata e rimontata insieme a lei. Un lavoro molto lungo, con un quid di insostenibilità, che ogni tanto ci concediamo perché sappiamo quante cose inaspettate è in grado di svelare dei nostri studenti e dei contesti da cui provengono. Così è stato per Aida. Il racconto che ne è venuto fuori (è possibile leggerlo QUI) è a mio avviso uno dei più belli di Touki Bouki, e nella ricostruzione del percorso di vita che l’ha portata a diventare insegnante di matematica – la sua formazione di giovane donna appassionata delle scienze, i lutti, le figure che l’hanno sostenuta, quelle che l’hanno ostacolata, lo scontro con le convenzioni sociali del suo paese, il rapporto tra la metropoli e la campagna, tra le città e le province – offre uno spaccato imprevedibile sulla Tunisia. Quel suo modo di raccontare poi, delicato, elegante e profondo, ha la capacità di mettere in discussione molti degli stereotipi che abbiamo di quel paese e degli immigrati che provengono da lì.

E con questo posso svelare del tutto il finale lieto di questa storia. Al momento di chiudere Touki Bouki, decidiamo di intitolare l’articolo di Aida La chiave è la matematica, per la persuasione con cui, fin dai primi giorni di scuola, ci ripeteva come la matematica, più della religione, della filosofia o della politica, fosse la prospettiva da cui le veniva da osservare i problemi della sua vita e quelli dei mondi che attraversava. Quando quest’estate, grazie a un’amica della Scuola Frisoun, il numero di Touki Bouki sulla Tunisia arriva anche a un ente di formazione di Bologna (“Oficina I.S.”) che proprio in quel periodo era alla ricerca di un insegnante di matematica da inserire nell’organico della scuola, la referente per i percorsi di istruzione professionale si lascia incuriosire dal titolo e legge la testimonianza di Aida. Considerando la necessità di assumere in fretta un nuovo docente di matematica e, questo lo ipotizzo io, considerando l’alta frequenza di studenti di lingua araba nella sua scuola, pensa che l’autrice di quel racconto possa essere una figura adatta. La invita a un colloquio conoscitivo, le propone alcune ore di prova e alla fine le affida delle ore di docenza. Da allora Aida insegna lì, inizialmente a un gruppo di maggiorenni, dai 18 ai 25 anni, e dopo qualche settimana anche a un gruppo di minorenni, iscritti entrambi ai corsi per operatori di impianti termo idraulici. La sfida è ambiziosa, si ripete Aida, i ripensamenti frequenti, la soddisfazione balsamica. Il finale, per ora, da libro Cuore.

Luigi Monti

Luigi Monti

È socio fondatore dell'associazione Giunchiglia-11 Aps, insegna italiano alla Scuola Frisoun di Nonantola, è redattore di "Touki Bouki" e della rivista "Gli asini".

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