Le sole parole che servono

20 Febbraio 2023
Gisella da ragazza, prima che diventasse nonna

Il mio caro amico Giorgio dice spesso di invidiarmi perché ho delle radici. Dice che le radici sono cosa rara al giorno d’oggi, soprattutto per chi vive in grandi città come Milano. Lui in effetti è proprio di Milano. Io non la penso esattamente come lui. Però se dovessi dare un luogo alle mie radici queste sarebbero senza dubbio a Nonantola. Io a dire il vero a Nonantola non ci ho mai abitato. Ho abitato ad Albareto, tra Modena e Nonantola. Ma mai a Nonantola, che per me è più che altro un luogo mentale, circoscritto all’infanzia e alle storie della nonna Gisella, che invece a Nonantola ci ha passato tutti i suoi novantatré anni. Quelle di Gisella sono storie emiliane, senza enfasi, senza retorica, con le sole parole che servono, non una di più, non una di meno. Storie che si possono vedere. Un albero genealogico fatto di piccole storie di paese e grandi racconti di guerra, di epidemie, di lotte. La mia passione per il documentario penso nasca da qui. Dal grande fascino per queste storie e dal tentativo di provare a conservarle. Già da quando avevo 14 anni ho iniziato a registrare di nascosto mia nonna con un minuscolo registratore. Mi sentivo un ladro, avevo il terrore mi scoprisse. In questi venticinque anni ho continuato a registrare e prendere appunti. Così quando ho saputo che su Touki Bouki si parlava di viaggio ho preso un quaderno e ho cercato.

Ho pescato questi piccoli frammenti, li riporto così, come li ho trovati.

“Per il viaggio di nozze Dino e Gisella dovettero aspettare il loro turno per la Lambretta, la dividevano con cinque fratelli. Quando finalmente arrivò il loro momento andarono a Rimini a vedere il mare. Dovevano stare una settimana. Dopo un giorno tornarono indietro. Si spendeva troppo.”

“La mia bisnonna Iolanda perse la madre molto giovane di spagnola. Suo padre si risposò con una brava donna, vedova, che aveva una figlia della sua stessa età, si chiamava Velia. Diventarono come sorelle. Poco più che ventenne Velia andò dal dottore. Il dottore le disse di andare da un altro dottore che stava in un posto lontano, uno specialista. Viaggiare non era facile all’epoca. Velia decise di partire e dopo qualche giorno tornò con una lettera sigillata. Il dottore si era raccomandato di non aprirla, di consegnarla ai suoi genitori. Velia andò da Iolanda e le chiese di aprirla. Aprirono il sigillo col vapore, facendo attenzione. Nella lettera c’era scritto che Velia era malata di Tisi e che in due settimane sarebbe morta”.

“Arrivò una lettera a casa. Diceva che Livio, uno dei fratelli del nonno Dino, era tornato dalla guerra in condizioni molto gravi. Non si è mai capito se fosse stato in un campo di concentramento, sicuramente era stato prigioniero. Si trovava nell’ospedale di Vicenza. Emilio, il mio bisnonno prese la bicicletta e partì dritto verso Vicenza, ci mise un giorno e mezzo. Quando arrivò Livio era già morto.”

Il mio bisnonno aveva ereditato il fondo da suo padre: “Il fondo è la mia condanna”, diceva. Lui infatti più che il bracciante avrebbe voluto fare l’inventore. Appena ne aveva l’occasione progettava e costruiva. Con l’arrivo della guerra si mise in testa di costruire un rifugio sottoterra dove potersi nascondere ma soprattutto dove custodire cibo, biancheria e la macchina da cucire. In poche settimane il rifugio fu ultimato, lo coprirono con delle grosse assi e con la terra battuta, lo chiamavano “la buca”. Puntualmente arrivarono i tedeschi, col carro armato. E il carro armato fu parcheggiato esattamente sopra la buca. Il terrore che tutto crollasse attraversò gli abitanti della corte. I tedeschi si fermarono tre settimane. Erano giovani e gentili. Ce n’era uno biondo che sembrava un bambino, lo chiamavamo l’angelo. Poi son partiti, avevano promesso di mandare delle lettere ma nessuno li ha sentiti più. Molti, forse tutti, saranno morti sul Pò dice mia nonna. La buca comunque sarà ancora lì sotto, da qualche parte.

A 50 anni Dino e Gisella comprarono una vecchia station wagon. Al posto dei sedili dietro misero un vecchio materasso. Decisero di fare un viaggio e partirono verso sud. Alla fine dopo molte notti passate nel baule arrivarono in Calabria. “Ci sentivamo degli alieni” dice mia nonna.

Queste piccole storie e altre, custodite disordinatamente tra quaderni e registrazioni, sono un po’ dei miti fondativi per me, rispecchiano il mondo che conosco più intimamente e mi hanno indicato un certo modo di vivere. Il rapporto con il denaro, con il pudore, l’apertura verso lo straniero, una certa concezione del bene e del male, l’idea di libertà. Io le ho scritte in italiano, ma le penso in dialetto, le immagino fatte di nebbia e di campi. Queste storie sono anche quello che so della storia con la S maiuscola. Nella mia mente il 900′ si è svolto a Nonantola.

Alessandro Penta

Alessandro Penta si occupa di documentario narrativo e utilizzo del video in percorsi educativi. Ha realizzato diversi documentari. Negli ultimi anni si è concentrato sulle pratiche del video partecipativo e sulla costruzione di film collettivi. Ha collaborato con realtà come Asnada Onlus, Olinda, Teatro delle Albe. Insieme a Marta Scicchitani ha curato recentemente un fascicolo sulla tecnologia nella collana “Percorsi Montessori. Riflessioni e attività per crescere insieme”, edita dal Corriere della Sera.

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