I morti del Sant’Anna

Giornalista modenese entrata in Rai nel 2017, Giulia Bondi ha curato per la trasmissione "Spotlight" di Rai News 24 un’inchiesta in due parti ("Anatomia di una rivolta", che si può vedere gratuitamente online) sulla rivolta del carcere di Modena. Uno scoppio improvviso di violenza, mezzo carcere distrutto, un assalto ai flaconi di metadone e psicofarmaci che ha causato la morte di nove persone: a fronte di tutto ciò, stridono le sole tre pagine con cui il Tribunale di Modena ha archiviato il fascicolo sulle vittime della rivolta alla Casa circondariale. Non solo perché non identificano nessuna responsabilità di quanto accaduto, ma soprattutto perché non aiutano a far luce su un lutto che la città non sembra voler elaborare fino in fondo.

Maxence Rifflet, "Movimento perpetuo", fotografia realizzata in collaborazione con Julien H., cortile dell’istituto penitenziario di Condè-sur-Sarthe, 31 maggio 2016.

Alla fine, i corpi senza vita saranno 9. Il primo è quello di Hafedh Chouchane, 36 anni, tunisino, la cui morte viene constatata alle 20.20 dell’8 marzo 2020. L’ultimo è quello di Lotfi ben Mesmia, anche lui tunisino, quarantenne con moglie e figli, trovato morto in cella quaranta ore più tardi, alle 14.35 del 10 marzo. In mezzo ci sono altre sette vittime: tre persone muoiono nel carcere di Modena, quattro dopo essere stati trasferiti, per alleggerire la situazione del Sant’Anna, nei penitenziari di Verona, Alessandria, Parma e Ascoli Piceno.
È da poco passata l’ora di pranzo dell’8 marzo 2020 quando il carcere modenese esplode. È domenica, in un’Italia confusa e frastornata dai primi lockdown, che inizia a fare i conti con l’emergenza Covid. Altre rivolte scoppieranno nei giorni successivi in mezza Italia: le più gravi a Bologna e Rieti, con altri morti, e a Foggia, con un’evasione di massa.
Scintilla della rivolta modenese è la sospensione dei colloqui con i familiari, cui si aggiunge il sospetto della positività di un detenuto. Dalla mattina il carcere è in fermento e i responsabili sanitari si affannano per cercare di visitare e tranquillizzare il maggior numero possibile di persone. Ma dai passeggi, durante l’ora d’aria, comincia la protesta. I detenuti si arrampicano sui muri. Alcuni si sono procurati attrezzi destinati alla manutenzione, che utilizzano come armi improprie. Presto gli agenti in servizio sono costretti ad arretrare o a barricarsi negli uffici. Medici e infermiere si chiuderanno negli ambulatori o nella zona infermeria e saranno liberati dopo qualche ora.
I detenuti si impadroniscono del carcere: dalle sezioni, dove vengono aperte le celle, fino all’infermeria, dove sono custoditi farmaci e scorte di metadone. Oltre 15 litri, secondo le ricostruzioni della Procura. E proprio il saccheggio dell’infermeria sarà decisivo nel determinare il tragico bilancio della rivolta: 9 decessi. Per la giustizia italiana, sono tutti dovuti esclusivamente a overdose di farmaci e metadone, che i detenuti hanno assunto volontariamente dopo la razzia.
A marzo 2021, infatti, i magistrati modenesi che hanno indagato su 8 di quelle morti stabiliscono che non ci sono responsabilità e chiedono l’archiviazione del fascicolo. Il gip la concede a giugno, respingendo le istanze di opposizione presentate dai familiari di Hafedh Chouchane, dell’associazione Antigone e del garante nazionale dei detenuti. Anche per la nona vittima, Salvatore Piscitelli, la procura di Ascoli Piceno chiede l’archiviazione, a marzo 2022.
Eppure, secondo associazioni e familiari, molti dubbi restano, sia su come si svolsero i soccorsi, sia sulle autopsie. Numerosi detenuti hanno denunciato di non essere stati visitati da nessun medico prima del trasferimento ad altre carceri. Altri hanno raccontato di avere chiesto invano soccorsi per i propri compagni di viaggio: come nel caso della morte di Abdellah Rouan, marocchino, constatata all’arrivo al carcere di Alessandria. “Il ragazzo accanto a me stava malissimo, mi cascava addosso”, ha raccontato un altro detenuto all’avvocato del Garante nazionale. Ancora, sul corpo e sulla testa di Ghazi Hadidi, arrivato al carcere di Verona in coma irreversibile, non viene eseguito l’esame autoptico, nonostante in bocca avesse sangue fresco e gli mancassero due denti. La sua autopsia sarà eseguita soltanto in Tunisia, al momento del rimpatrio della salma, e sul caso è ancora aperta alla procura generale di Tunisi un’inchiesta per “morte sospetta”. Nessuna autopsia neppure per Artur Iuzu, trovato morto la mattina del 9 marzo al carcere di Parma, dove era arrivato la sera precedente. La dottoressa in servizio in carcere non lo visita all’arrivo, ma si limita, come dichiarerà ai magistrati, a “un controllo visivo attraverso le sbarre”. La mattina dopo non potrà far altro che constatare il suo decesso. Nel caso di Salvatore Piscitelli, i cui compagni di cella ad Ascoli cominciano a chiedere aiuto dalle 8.30 della mattina del 9 marzo, la visita del medico del carcere arriverà soltanto dopo circa 3 ore, e il 118 sarà chiamato alle 12.47. Anche lui arriverà in ospedale in coma “Glasgow 3”. Eppure, per i magistrati, nessuno è responsabile dei ritardati soccorsi, perché “non vi sono prove che, intervenendo prima, Piscitelli si sarebbe potuto salvare”.
Così, anche se gli esami tossicologici su tutte le salme parlano di morte dovuta all’abuso di metadone e farmaci, per i familiari, le associazioni e il Garante dei detenuti resterebbero comunque molti aspetti da chiarire per fugare ogni dubbio. Per uno degli 8 decessi archiviati a Modena, c’è già un primo ricorso presentato alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, e un altro dovrebbe arrivare dai legali dell’associazione Antigone.
Sul piano giudiziario resta inoltre aperta l’inchiesta sulle presunte percosse che molti detenuti hanno denunciato di avere subito dopo essersi consegnati, in alcuni casi allegando i referti medici che le comproverebbero. Tra gli indagati ci sono almeno 7 membri della polizia penitenziaria, uno dei quali dirigente, in posizione apicale. “Ci picchiavano con i manganelli”, ha raccontato un detenuto cui è stato refertato un trauma cranico: “Arrivavano su di te in dieci contro uno”. Un altro, oltre alle percosse, rivela la sua amarezza per non avere potuto portare con sé i propri oggetti personali nel trasferimento all’altro carcere. “Non mi importa più delle botte”, ci ha detto: “Avrei solo voluto riavere le lettere che mi ha scritto mio padre prima di morire”. Un’inchiesta su presunte percosse è aperta – contro ignoti – anche alla Procura di Ascoli.
Ed è ancora in corso – con decine di indagati – anche l’inchiesta sui detenuti ritenuti responsabili di avere provocato la rivolta, così come l’indagine interna che il Dipartimento di amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia ha avviato sui fatti. Non però all’indomani della rivolta, ma soltanto oltre un anno dopo, quando lo scandalo dei pestaggi di Santa Maria Capua Vetere ha riportato alla ribalta la questione delle violenze in carcere.

23 giugno 2022, Giulia Bondi e Pier Vincenzi incontrano la redazione di Touki Bouki e la Scuola Frisoun

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