Nascere con la bocca aperta

"Noi siamo un coro che gioca gran parte della sua qualità sull’intensità, l’energia, l’espressività, quello che siamo e siamo stati nella nostra vita individuale. Appena cominciamo a cantare come un gruppo di educande o come dei ragazzini in gita con la chitarra, abbiamo finito di cantare in maniera interessante. Quindi, mi raccomando: teniamo sempre una certa tensione, una certa intensità. Il rischio di questo stile è di essere sguaiati, di eccedere: dobbiamo essere gentili e forti allo stesso tempo. Si può dire “no” con gentilezza e “sì” con determinazione." (Fabio Bonvicini durante una prova del coro "Al Tursèin")

Mi chiamo Fabio Bonvicini e dal 2006 sono il direttore del coro “Al Tursèin” di Nonantola; forse dovrei dire che lo sono stato, dato che dal febbraio 2020 le attività del coro sono state interrotte per motivi che conosciamo, ma preferisco dire che lo sono ancora, perché l’esperienza del Tursèin è una pagina della mia vita di grande bellezza ed intensità. Quando ho iniziato la direzione, invitato dal coro e da Giancarlo Montorsi, con cui collaboravo come docente alle Officine Musicali, non avevo alcuna esperienza di direttore, ma solo di corista in diversi gruppi e cori. Stavo però finendo il conservatorio a Bologna e seguivo i corsi di direzione di coro con il Maestro Pier Paolo Scattolin, così ho accettato la sfida e ho proposto al coro di fare sei mesi di prova e poi decidere insieme se proseguire o meno.

I primi tempi ho soprattutto ascoltato e fatto le mie valutazioni, poi piano piano ho cominciato ad essere più attivo e presente nella direzione; prima seguendo il coro nei suoi automatismi – ossia, li dirigevo seguendo il loro canto e, in sostanza, erano più loro a dirigere me – poi ho cominciato ad introdurre piccole variazioni nell’esecuzione: respiri, ritardi, tempi più lenti o veloci e così via. Alla fine dei sei mesi abbiamo deciso all’unanimità e pienamente convinti di proseguire assieme. Alla ripresa di settembre è davvero iniziata la mia attività di direttore e ho cercato di portare le mie idee e la mia sensibilità all’interno della pratica del coro, senza stravolgerne il carattere, ma cercando di esaltare al massimo le loro caratteristiche di autentici cantori della tradizione popolare. Mi fa molto piacere quanto dice Rino sulle pagine di questo numero di Touki Bouki a proposito del mio lavoro col Tursèin: è esattamente ciò che avevo intenzione di fare.

Ritengo che il canto popolare di cantori come quelli del Tursèin sia qualcosa di autentico e profondo, che si lega a luoghi ancestrali dell’animo di tutti i cantori e che quindi vada preservato ed esaltato. La Maria mi ha detto una volta: io sono nata con la bocca aperta! Ecco, credo che questa frase riassuma perfettamente ciò che intendo: il cantore è il centro e il fulcro del coro e non viceversa, almeno nel caso del Tursèin. Lo stile mirabile della SAT (la “Società degli alpinisti tridentini”, uno dei cori più celebri tra quelli montanari e popolari) non va bene per cantori così anarchici e liberi, con personalità così forti, come i coristi del Tursèin: occorre lasciarli liberi di esprimere ciò che hanno dentro e ciò che è il canto per loro, solo così si otterrà un’espressione autentica e incisiva. In tal senso, mi preme ricordare alcuni dei cantori che ho avuto il piacere di dirigere: Franco con la sua voce da tenore limpida e coraggiosa, Iriano con la sua passione incontenibile, la Maria che per me è l’archetipo della canterina popolare, la Rina con la sua eleganza e la sua complementarità assoluta con la Maria, Remo uomo di straordinaria simpatia e precisione vocale, infine Rino perfetto secondo tenore e anima del coro. Non voglio fare torto a nessuno, ogni corista ha portato cose preziose e contribuito alla vita del coro, ma nelle voci che ho citato ho sentito davvero l’anima del canto popolare. Il mio compito è stato solo di lasciarle fluire, guidandole, ma senza imbrigliarle o costringendole in repertori troppo distanti dalla loro sensibilità.

Ecco perché, già dal secondo anno di direzione, ho iniziato a registrare sia il coro in espressioni spontanee da dopo cena, sia i singoli coristi, andando a rovistare nella loro memoria personale. Ho raccolto nuovi canti e poi trascritti e armonizzati in modo semplice e immediato con la finalità principale di esaltare la loro vocalità. Ricordo che quando abbiamo iniziato a studiare i nuovi pezzi che avevo tratto dalla loro memoria, tutto il coro si stupiva della facilità e velocità con cui apprendevamo i nuovi brani: il motivo era semplice, quella è la loro musica, la loro voce, il loro modo di cantare. Ho compreso sin dalle prime volte che il mio ruolo avrebbe dovuto essere proprio quello: facilitare la loro espressione per renderla insieme più autentica ed efficace. E credo che tutti i coristi lo abbiano compreso e apprezzato profondamente.

Fabio Bonvicini e Graziella Borsari della “Selvatga”

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