Mia mamma si chiama Olga. È nata e cresciuta nel villaggio di Voronovo in una famiglia numerosa – erano sei figli – con una vita molto modesta. Poi si è trasferita in città, a Volchov, per studiare all’università. Lì si è sposata ancora molto giovane e ha avuto tre figli: Svetlana, Idina, e io che sono il più piccolo. Qualche anno dopo ha divorziato, e per lei è stato difficile crescere da sola me e le mie sorelle. Se sotto l’Unione Sovietica la sua vita al villaggio era stata dura, negli anni Novanta è stata un disastro. Faceva due lavori contemporaneamente: dal primo non ha ricevuto lo stipendio per un anno e mezzo, dal secondo per un anno. Negli anni Novanta funzionava così. Non avevamo nemmeno di che sfamarci: io mangiavo spesso a scuola, ma lei per un certo periodo ha patito la fame. Qualche volta mangiava solo una crosta di pane vecchio con un po’ di brodo. L’ho vista piangere varie volte, la sera, perché non aveva niente da cucinarci. La ammiro molto per averci cresciuti da sola. Ancora oggi, se devo prendere qualche decisione, le chiedo consiglio. Lei mi dice: “Ma sei adulto!” Però i suoi consigli sono importanti per me.
La vita è stata dura non solo perché pativamo la fame ma anche perché, dopo il divorzio dei nostri genitori, mia sorella Idina ha scelto di stare con nostro padre. In Russia, di solito, se il bambino è piccolo viene affidato alla madre, se invece ha dodici anni o più gli viene chiesto di scegliere con quale genitore vuole rimanere. Avendo sei o sette anni, io sono stato affidato automaticamente a mia madre, e anche Svetlana ha scelto di restare con lei, mentre Idina, dispiaciuta per il papà, ha deciso di andare con lui. Abitavano in un’altra casa, ma vicino alla nostra, quindi non c’erano grossi problemi per vedersi. Non sapevamo che un giorno nostro padre avrebbe deciso di trasferirsi lontano… Dopo tre anni dal divorzio, ha venduto l’appartamento in cui viveva con mia sorella ed è tornato a Machačkala, la sua città di origine, portando Idina con sé. Provate a guardare la cartina: è una città molto lontana da San Pietroburgo, verso il confine con la Georgia e l’Azerbaigian. Per raggiungerla ci vogliono due giorni in treno, due o tre ore in aereo. In quel periodo là c’era anche la guerra, quindi era molto pericoloso. Inoltre, non erano ancora diffusi i telefoni o gli smartphone quindi mia madre non sapeva niente di sua figlia e del suo destino; si è anche rivolta alla polizia, che però le ha detto di avere le mani legate. È stata dura. Solamente dodici anni dopo, quando io avevo ormai ventuno anni, siamo andati là e mia madre ha potuto rivedere sua figlia. È stata l’unica volta. Siamo rimasti una settimana.
Mio padre è di quelle zone, mentre mia mamma è cento per cento russa. La sua famiglia è originaria di Voronovo, un villaggio che si trova sul grande lago Ladoga, alla foce di un fiume, con le case dislocate un po’ dappertutto tra i canali e gli affluenti. Il nome del paese deriva da quello di un uccello: il corvo. È un villaggio grande, ma non ci sono molte case. Quando mio cugino Yuri e io eravamo piccoli siamo andati a contarle: erano poco più di cento, ancora tutte con la struttura di legno originale. La famiglia di mia mamma ha sempre vissuto lì e ha una storia interessante.
La dinastia è stata fondata dal mio quadrisavolo. Era medico, lavorava come ginecologo per la famiglia dello Zar, insegnava in diverse università ed era rinomato anche all’estero. Per diverse generazioni in famiglia sono stati tutti medici, molto intelligenti ed educati. Poi è arrivata mia nonna Irina, la madre di mia madre: è stata lei a dire che nessuno della famiglia avrebbe più potuto fare il medico. Non so con certezza perché, ma penso che sia una conseguenza della guerra: dai diciassette anni la nonna ha partecipato come medico alla Seconda guerra mondiale e ne ha visto gli orrori. Può essere questo il motivo per cui ha proibito a chiunque altro in famiglia di fare il medico, ma lei non l’ha mai spiegato, non le piaceva parlare della guerra. I primi due anni, quando era ancora troppo giovane per partecipare attivamente al conflitto, ciò che la spaventava di più era sentire arrivare gli aerei, perché sapeva che le bombe sarebbero potute cadere sulla sua casa. In quei momenti, per salvarsi metteva la testa dentro al forno a legna. La sola cosa che la nonna diceva con chiarezza sulla guerra è che essa non deve esistere. Abbiamo perso le tracce di vari parenti e non sappiamo dove vivono: alcuni in Europa, alcuni a Kaliningrad, alcuni li abbiamo ritrovati poco tempo fa… Una delle mie zie ha trovato materiali di archivio sulla famiglia: li abbiamo donati a un museo perché si tratta di una storia che è stata molto importante, non solo per noi.
Invece non so quasi niente della famiglia di mio padre. So che ha tanti fratelli e sorelle, ma non li ho nemmeno visti tutti. So anche che i nonni sono ancora vivi e abitano in montagna, ma non li ho mai incontrati, ci hanno solamente mandato delle fotografie. Mia sorella Idina, che ha vissuto vicino a loro, li conosce meglio. Lei ora è sposata e ha tre figli, e intorno al 2010 è venuta una settimana a San Pietroburgo con la sua famiglia per visitare la città. Quando eravamo bambini e lei andò a vivere lontano, non mi mancava troppo: in parte perché ero piccolo, in parte perché prima la mamma le diceva di controllarmi, visto che era più grande di me, e questo non mi piaceva, perciò litigavamo spesso. Mi mancava di più mio cugino Yuri: eravamo davvero molto legati. Lui era il figlio di Vladimir, il fratello minore di mia mamma. Aveva due anni meno di me ed era come un fratello. Purtroppo, quando non aveva neanche trent’anni, Yuri è morto improvvisamente, lasciando la moglie e la figlia di un anno e mezzo. Ricordo quando sua moglie mi ha chiamato per dirmelo. È stato il giorno più brutto di tutta la mia vita.
Da bambino passavo più tempo a Voronovo che a casa mia, sono cresciuto in quel villaggio. È stato così anche per gli altri miei cugini. Fino ai miei sedici o diciassette anni, tutti noi passavamo molto tempo là insieme, e io stavo soprattutto con Yuri. Mia madre e i suoi fratelli avevano figli più o meno coetanei: tra i loro figli grandi c’era una differenza di uno o due anni di età, tra i figli medi la stessa differenza, e così via. A Voronovo abbiamo imparato a fare tutto: a pescare, ad andare a cavallo, a nuotare… Come insegnano a nuotare in Italia? Là, io ho imparato a sei anni perché mia sorella e i miei cugini grandi mi hanno buttato nel fiume. Sono arrivato a terra e ho cominciato a piangere… fino a quando ho capito di saper nuotare! Ho un bel ricordo di quel periodo, e dei miei nonni. In particolare, il nonno era molto gentile. Mia mamma dice che ho preso il carattere da lui. Quando la nonna si arrabbiava con noi, lui al contrario non ci rimproverava, le diceva: “Lasciare stare, sono solo bambini…”.
Poi sono cresciuto. A diciassette anni ho finito la scuola, ho superato bene l’esame, ho passato del tempo con i miei amici… e così, giugno è passato. Di solito in estate si fanno gli esami per accedere all’università, ma io non ci ho neanche pensato. Mia mamma diceva: “Scusa, ma il tuo programma è studiare o vuoi vivere alle spalle di tua madre?”. La verità è che sognavo di diventare chirurgo. D’altronde, la genetica è genetica, e nella mia famiglia tutti erano medici! Però, a quel tempo per studiare medicina servivano molti soldi e la mia famiglia non li aveva.
Un giorno mentre parlavo con alcuni ex compagni di classe, uno di loro ha detto che aveva chiesto di accedere a una scuola per diventare cuoco. Questo mi ha fatto ridere, ma poi ho scoperto che tanti nostri amici sarebbero andati lì, a un paio di ore da casa mia. In luglio, mentre tutti erano in vacanza e i periodi di ammissione erano finiti, qualche università accettava comunque iscrizioni perché aveva pochi studenti. Così, mi sono iscritto per studiare cucina. Mia mamma non ci credeva! Mi chiedeva: “Perché cuoco?! Nessuno nella nostra famiglia ha fatto il cuoco!”. Semplicemente, tanti miei amici andavano lì. Ma oggi, di tutto quel gruppo, solo io lavoro come cuoco. Per me è stato destino. Non potrei mai dedicarmi a un lavoro dove bisogna fare le stesse cose ogni giorno, mi annoierei. In cucina, invece, posso cucinare ogni giorno le stesse cose, però imparo sempre qualcosa di nuovo. È così da vent’anni e so che non finirà mai. La passione mi è venuta nell’ultimo anno di studio, e quando ho cominciato a lavorare ho incontrato uno chef francese che mi ha fatto capire che cucinare è una filosofia: non è un lavoro per fare soldi, è un destino, un’arte.
Mentre studiavo, vivevo a casa di mia madre. Ogni giorno impiegavo due o tre ore per andare e altrettante per tornare. Al termine degli studi ho fatto un tirocinio in un ristorante di cucina georgiana. Lavoravo quattordici o sedici ore al giorno e facevo di tutto: cucinavo, pulivo… come uno schiavo, diciamo. Ma i proprietari hanno scritto una bella lettera su di me, dicendo che ero un bravo studente. Ho preso il diploma e dopo mi hanno proposto di lavorare lì. Ho accettato, però questa volta il lavoro era buono: stavo solo in cucina, avevo giorni liberi nei weekend, ero pagato bene. Durante il tirocinio invece era stata dura: lavoravo tutto il giorno e quando tornavo a casa ero solo, non c’era nessuno. Mia mamma diceva: “Porta pazienza. Questo ti aiuterà dopo: ora è difficile, ma poi sarà più facile”. Quando ho cominciato a lavorare avevo diciotto anni e da allora non ho più vissuto a casa con mia madre.
Dopo qualche anno, mentre lavoravo come Sous Chef nel ristorante di un hotel vicino a San Pietroburgo, ho conosciuto una ragazza moldava di nome Tania. Era una collega nell’hotel: prima si è occupata delle pulizie, poi ha fatto la cameriera… ci siamo incontrati così, sul luogo di lavoro. Era il 2009, e tre anni dopo ci siamo sposati, proprio dentro all’hotel! Abbiamo vissuto in una piccola città nel territorio di San Pietroburgo: Zilinagosk. È un posto piccolo, molto bello, tutto verde: somiglia a Nonantola. Io ho sempre lavorato come cuoco in diversi ristoranti, Tania invece ha diretto per un periodo l’hotel in cui ci siamo conosciuti, poi ha cominciato a lavorare nello sport: adesso allena i bambini nella boxe e le piace molto, nonostante il peso della burocrazia che in alcuni periodi la impegna più degli allievi.
Qui a Nonantola lavoro come cuoco in un ristorante, insieme alla sorella di Tania. Non torno a casa da mia moglie da quando sono venuto qui in Italia, due anni fa. Non posso uscire dal paese, altrimenti non mi è permesso ritornare in Europa.
(Dichiarazioni raccolte da Eleonora Bonara e Olena Aleksandrova)

