Ci guardano – Zazie nel metrò

27 Settembre 2026

Il film più difficile del lotto – Zazie nel metrò (1960) – è una strana commedia slapstick che mostra una metropoli in preda all’affatturamento collettivo, rievocando la fantascienza surreale di Paris qui dort (1925) di René Clair in una sequenza centrale su e giù per la torre Eiffel. L’eponima Zazie è una dodicenne di campagna che va a trascorrere un week end a Parigi presso lo zio mentre la sua mamma se la spassa con un amico. Zazie vorrebbe vedere il metrò ma non può a causa di uno sciopero dei trasporti che provoca un ingorgo infernale nelle arterie della città. La società dei grandi appare come un grande manicomio. Zazie è infastidita e il suo movimento fondamentale è quello di scappare a più riprese per sottrarsi al contagio. Zazie parla male, insulta tutti, giudica senza pietà. Il suo sguardo e la sua peripezia hanno un che di nichilistico e dissolvente, lasciando lo spettatore disorientato.

Il critico Philip French, in un libro che raccoglie le sue interviste al regista Louis Malle (uscito in Italia per Le Mani nel 1992 con il titolo Il mio Cinema) ci aiuta a raccapezzarci. Parlando di Zazie, Louis Malle ricorda di aver voluto adattare il romanzo omonimo di Queneau proprio per la difficoltà insita nell’operazione. Il testo di partenza è una raccolta di pastiches e lui ha voluto riprodurne l’equivalente in forma cinematografica. “Andai avanti a tal punto in questa direzione – dice – che una quantità di cose in Zazie sono visibili a malapena”.

Introducendo il film per i nostri studenti ho tentato con poco successo di dare una chiave per ridurre l’aspetto traumatico della visione. La storia è molto piccola ma lo spettacolo è grande – così ho detto. Va visto come un gioco circense che mette a tema la società di mercato. Non serve stare attenti al flusso verbosissimo dei discorsi pronunciati dai personaggi, che spesso sono calchi letterali di paragrafi del romanzo di Queneau. Si può cogliere un’impressione del mondo rappresentato e delle sue “leggi naturali”. In esso ogni cosa o persona si mostra come replica in serie senza rapporto con un originale, può essere sostituita e contraffatta. L’identità è molto debole, non rimane che un meschino germe di volontà di potenza che sospinge a procedere da un’occasione all’altra in una continua ricaptazione di desideri e ossessioni. Il personaggio più malato di tutti, interpretato da Vittorio Caprioli, afferma di non ricordare come si chiama e quale sia il suo mestiere, poi si ripresenta con tanti nomi e costumi differenti: è un “satiro”, è un viaggiatore di commercio che si chiama Trouscallion, un poliziotto, un controllore del metrò, fino a dire di sé: “sono Aroun Arachide, Principe di questo mondo, e mi compiaccio di incarnare l’errore e l’incertezza”. Nel mondo delle merci anche le relazioni tra persone si riducono alla forma della seduzione e dell’allettamento. Gli adulti sembrano a Zazie sempre promiscui, perversi. Louis Malle ricorda che questo è il primo di molti dei suoi film che mettono a tema la scoperta dell’ipocrisia e della corruzione da parte di un bambino. Siamo agli albori della società di mercato e i bambini ancora non dispongono di una capacità di acquisto per integrarsi in essa. Pochi anni più tardi, ricorda ancora Malle, arriveranno i film di Richard Lester sui Beatles, sintomatici dell’avvenuta assimilazione anche dei minori nella platea dei consumatori. Ma Zazie non ha soldi in tasca ed è ostaggio dei pazzi. Questo film è uscito in anticipo, codificando anzitempo l’estetica pop per il pubblico europeo, avvalendosi della collaborazione di William Klein in veste di direttore artistico (varrebbe la pena di recuperare anche le sue fotografie di moda e di strada e i suoi film che stordiscono mescolando satira politica e plastica colorata).

(Continua… QUI la prima e QUI la seconda parte)

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