Gea Zoda, Madre natura - n.4

Il viaggio di Bouki, la iena

In lingua wolof "Touki Bouki" significa “il viaggio della iena” e fa riferimento a una figura della tradizione orale centrafricana, una sorta di “trikster”, imbroglione, divino idiota, per certi versi simile all’Ananse ghanese e al Giufà siciliano. Katia Ferrara si è messa sulle sue tracce, cercandone l’origine e i prolungamenti (che ci porteranno dritti dritti fino all’omonimo film di Djibril Diop Mambéty, nume tutelare del nostro almanacco di paese).

Touki Bouki… due parole che colpiscono immediatamente. Dal suono orecchiabile, facili da ricordare, unite da una rima perfetta. Quando se ne scopre il significato, viene spontaneo chiedersi se l’accostamento sia casuale. Perché “viaggio” e “iena” stanno così bene insieme?

Non è questa l’unica domanda, un’altra in particolare ha solleticato la mia curiosità. Perché proprio Bouki, una iena, considerata meno nobile del leone, è protagonista di una storia? E com’è questa iena? Buona, cattiva, saggia oppure furba?

Decisamente volevo saperne di più, quindi mi sono messa alla ricerca di informazioni sul web, imbattendomi in alcune tracce che mi hanno portato dal Corno d’Africa al Senegal sulla costa occidentale, poi, attraverso l’oceano, fino ai Caraibi e agli Stati Uniti, scoprendo il senso e il significato profondo del viaggio che Bouki ha compiuto tanto tempo fa.

Rappresentazione reale della fiera chiamata iena, uccisa a tre leghe da Langeac in Auvergne dal signor Antoine de Beauterne il 20 settembre 1765

Fu lo studioso di tradizioni popolari e linguista americano Alcee Fortier ad identificare, un secolo fa, la parola “iena” con il nome “bouki” della lingua Wolof (1). Nella prefazione alla sua Raccolta Louisiana Folktales, Fortier analizzava le favole popolari creole (2) e stabiliva una corrispondenza con i racconti africani. Bouki, ora detto Compère Bouk ora Bre o Brother Bouki, era uno dei protagonisti di questi racconti tradizionali e con il suo nome, evidentemente rimasto invariato nel tempo, emergeva quale importante anello di collegamento culturale e linguistico con l’Africa.

Ma facciamo il percorso inverso e partiamo dall’Africa, anzi dalla iena.

La maggior parte di noi ha l’idea di una bestia dall’andatura goffa che vaga alla ricerca di cibo, spesso si nutre di resti e carcasse ed emette un verso stridulo che assomiglia a una risata. Eppure in natura, la iena è un animale molto temuto, non solo dall’uomo. Predatori come il leone e il ghepardo sono pronti a lasciarle un prelibato bocconcino pur di evitare il rischio di ritrovarsi tra le sue potenti mascelle durante una lite. Dicono gli etologi che proprio il suo ruolo di vigoroso masticatore di carogne la rende indispensabile e unica tra gli animali spazzini.

Così si presenta la iena nelle poche storie in lingua Harari (3) e Bantu (4) di cui si è a conoscenza e che ancora sopravvivono in Etiopia. Un animale né stupido né malvagio, ma pericoloso perché carnivoro, sorprendentemente capace di mostrarsi astuto pur di riuscire a procurarsi il pasto della giornata.

Siamo ad Harar (5), dove da tempo immemore si è creata una particolare forma di convivenza tra umani e iene maculate e non è raro vedere questi animali gironzolare nei pressi della discarica o avventurarsi per la periferia della città. In questi luoghi continua il rituale, ancora fascinoso nonostante sia dato in pasto ai turisti, durante il quale abili addomesticatori detti “uomini iena” le nutrono, al calar del sole, trattandole come simpatici cuccioloni di casa.

È possibile immaginare che da questi luoghi, i racconti che le vedono protagoniste siano migrati verso la Grecia (Antica) attraverso Libia ed Egitto, andando ad arricchire il corpus di favole attribuite alla mitica figura di Esopo (6), come dimostra la presenza di animali africani in molti suoi racconti. Qualcuno ritiene addirittura che Esopo stesso fosse uno schiavo di origine africana, in base ad un’arbitraria derivazione del nome Esopo appunto dalla parola greca che sta per “etiope” e che nell’antichità designava gli africani subsahariani.

Charles Landseer (1799–1879), Esopo compone le sue favole

Questa interessante pista, tuttavia, si interrompe. Le tracce di Bouki infatti puntano in direzione opposta. Eccole ricomparire in Africa occidentale, nei racconti in diverse lingue appartenenti alle culture diffuse tra Senegal, Gambia e Ghana. In queste storie Bouki la Iena è il tipico personaggio credulone, vittima degli inganni di altri animali, in particolare di Lepre (Leuk in Wolof), simbolo di astuzia e intelligenza. Iena al contrario rappresenta la figura del perdente che quasi mai riesce a tirarsi fuori da tranelli e situazioni ingarbugliate, se non a causa di un errore dell’antagonista che pecca di eccessiva sicurezza in sé. Insomma un modello da non imitare anzi da cui prendere le distanze.

Eppure proprio il ruolo del “grullo” costituisce la forza di Iena, personaggio assolutamente necessario e funzionale alle storie, senza del quale non potrebbero manifestarsi l’intelligenza e l’astuzia di Lepre. Profondamente parte dell’immaginario africano, le storie di Bouki e dell’inseparabile Leuk forniscono un’interpretazione dell’esistenza come percorso di vita in cui bisogna essere pronti ad affrontare prove e traversie per continuare a vivere o sopravvivere, mettendo in guardia da una di visione tutta rosa e fiori, in cui trionfa sempre il bene e il cui fine ultimo sono il successo e la felicità.

Insieme alle loro storie e alla loro musica, unici beni immateriali che fosse possibile portare con sé, gli schiavi africani hanno affrontato la prova più dura, compiendo il lungo e doloroso viaggio della deportazione in America. Tramandati di generazione in generazione, i racconti sopravvivono ancora nella tradizione popolare creola di Antille e Louisiana, testimonianza del vitale legame con le radici, preservato proprio grazie all’adattabilità della cultura orale e soprattutto alla natura resiliente e flessibile dei personaggi.

Pur conservandosi africani nella sostanza, essi hanno subito adattamenti dovuti alle diverse e dure condizioni imposte dai tempi, dalle distanze, dalle differenze culturali, dalla schiavitù e dalla segregazione razziale e, come tutti i racconti orali, dall’avvicendarsi delle generazioni di narratori e ascoltatori.

Il nostro Bouki per esempio non è più una iena, conserva tuttavia tratti animaleschi assimilabili al caprone, in più ha una lunga coda che sembrerebbe un riferimento al diavolo della religione cristiana. Ad Haiti, dove addirittura gli è stato dedicato il ciclo Le Roman de Bouqui, si tratta di una persona vera e propria con le abitudini (alimentari) e i caratteri (proverbiale odore) di una bestia. Diversamente che in Africa, è un personaggio che ispira la compassione degli haitiani, l’ingenuo e credulone di campagna contrapposto a Malice, scafato cugino di città, lo schiavo appena arrivato contrapposto allo schiavo creolo, insomma, il debole del quale prendere le parti.

Africano, invece, e ben riconoscibile è il nome Bouki, nelle varianti Compère Bouk o Brother Bouki, a seconda che la lingua della narrazione sia a base francofona o anglofona, come pure l’atavico ruolo di perdente di cui si fa beffe Lepre, che da queste parti si chiama Compère Lapin o Brother Rabbit, Malice ad Haiti.

Per questa sua natura composita, per il suo essere ibrido nell’aspetto, nel comportamento, perfino nel nome in cui sembrano fondersi lingue diverse (in wolof Bouki riecheggia il francese bouc caprone) Bouki ci affascina. Eroe, per niente eroico, della sopravvivenza, frutto di culture diverse, inarrestabile nel suo cammino, migrando da un racconto all’altro ha attraversato un continente e poi un oceano. Adattabile ai cambiamenti nel corso del tempo, è rimasto personaggio attuale, in cui è ancora possibile riconoscersi.

Non è difficile avvertire simpatia per Bouki e vedere in lui la parte reale e non ideale della nostra condizione di uomini, fatta di numerosi limiti e di tante risorse.

Iena ci ricorda, anche se evitiamo volentieri di pensarci, che la vita non è un viaggio organizzato, non c’è una meta da raggiungere e che il senso è nel viaggio stesso, nel vivere, instancabilmente, accettando tutto ciò che il viaggio ha in serbo, ci piaccia o meno, facile o difficile che sia.

La ricchezza, la ricompensa? Ce l’abbiamo sotto il naso, adattarci, ascoltare, trasformarci, raccontare e far sì che il viaggio continui, senza mai fermarsi.

GLOSSARIO

(1) Lingua e corrispondente gruppo etnico che sono localizzati soprattutto in Senegal e in Gambia.

(2) Tradizioni nate dall’ibridazione fra una cultura autoctona e una importata da commercianti o colonizzatori.

(3) Lingua di origine semitica parlata soprattutto nella città di Harar.

(4) “Bantu”, che significa “uomini”, è uno dei grandi raggruppamenti in cui vengono divise, sulla base di un criterio linguistico, molte tribù dell’Africa nera, dal Camerun, all’Africa del sud, passando per il Kenya e la Tanzania.

(5) In Etiopia, città misteriosa e di struggente bellezza dove tra l’altro si trasferì, a 26 anni, Arthur Rimbaud, per diventare un mercante di caffè e di armi.

(6) Narratore leggendario, vissuto nel VI secolo a.C. nell’isola di Samo, in Grecia. È considerato il creatore e divulgatore di un corpus di circa 400 favole di animali, con allegorie riferibili al mondo umano.

Sono nata e cresciuta a Bari in Puglia. Vivo a Nonantola dal 1999. Insegno inglese nella scuola secondaria di 1^ grado. Mi piacciono le persone, le storie e le voci con cui vengono raccontate. Ho realizzato il sogno di imparare un'altra lingua e di farne uno strumento per far breccia nel muro dell'incomprensione. Ho un altro sogno, imparare a fare lo stesso attraverso il canto.

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